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Da Giulia: i mesi sono volati via…

Sono “già” a metà (visto il ritardo, un po’ più di metà).
Perché “già” e non “ancora”?!
Perché questi mesi sono volati via. Sono stati mesi pienissimi, tante esperienze e tante sensazioni.
Sono stati mesi di felicità assoluta, ma anche di tristezza, perché in fondo un pezzo di cuore è lì da voi e con voi!

Sono stati mesi pieni di volti nuovi, diversi, che all’inizio pensi di non riuscire mai a distinguere, ma che piano piano diventano la tua nuova famiglia.
Ambokala ne è un esempio lampante. L’impatto è stato forte all’inizio, ma adesso vorrei essere là, in ogni momento, anche adesso che sono sul letto in casa a scrivere, io vorrei essere là.
A fine luglio Enrica è tornata in Italia e ad inizio agosto se ne sono andate anche la Suora, Diana e Berthine. PANICO!
Ad Ambokala siamo rimaste l’assistente sociale ed io. Tantissime le paure: temere di non riuscire a far nulla, affrontare una nuova sfida, combinare guai, ma prima fra tutte la paura di non riuscire a dire una parola!
In realtà, agosto è volato via e i timori con esso! Ho iniziato a parlare e sto trovando il mio modo di stare con i pazienti, spesso non capendo nulla di quello che tentiamo di dirci, il momento migliore per ridere tutti insieme!

Tutti insieme ad Ambokala

TUTTI INSIEME: pazienti, cuoche, bambini, noi volontari, nessuno escluso!
Una cosa che credo di aver imparato in questi mesi è che spesso siamo portati a guardare queste persone con pietà, quasi come se provassimo compassione per loro. Non credo sia giusto. Loro hanno bisogno di essere trattati come tutte le altre persone, che siano poveri o ricchi, puliti o sporchi, bambini o adulti, sani o pazienti dentro alle celle d’isolamento!
Si, ad Ambokala ci sono le celle di isolamento!!!
TUTTI hanno bisogno di essere trattati allo stesso modo!
Un esempio? Michel!
Appena arrivato è stato messo nella cella di isolamento. Parlava di continuo, sembrava una radio. Alternava momenti in cui era arrabbiatissimo con il mondo e momenti in cui bastava guardarlo e diventava un bambino indifeso.
Avete presente quei bambini con quel visino che guardi e non puoi far a meno di sorridere?!
Così è stato con Michel!
Michel è quello che da dietro le sbarre della cella di isolamento fa “cucù” per farti ridere; è quello che ti sorride ogni giorno appena ti vede, dicendoti: “Ciao amica mia, è da tanto che non ci vediamo, sono felice che tu sia qui!” e magari ci siamo visti il giorno prima; Michel è quello che canta per tutti, se solo glielo chiedi; è quello che va al mercato con la mamma e riesce a farsi voler bene anche da un cane randagio; Michel è questo e tantissimo altro e mai mi permetterei di prenderlo in giro o di guardarlo con compassione, anche perché non ne avrei motivo!
Michel è unico e forse ce ne vorrebbero un po’ di più di Michel al mondo!!
Un abbraccio,
Giuli
P.S.
Quasi dimenticavo la cosa più importante! Il giorno dopo che ho inviato la lettera il mese scorso, Celà, il ragazzino di cui vi ho scritto, si è presentato a casa nostra con la sua mamma ed i suoi fratellini minori. Insomma, è tornato a casa!!!
Vive con la mamma e il suo nuovo marito, che per il momento sembra volerlo in casa e lo porta anche a lavorare con sé!
Prossimo obiettivo?! Ad Ottobre inizia la scuola, chissà, magari ha voglia di cambiare ancora di più il suo futuro!

Quale cambiamento? Quale speranza? Quale futuro?

Antananarivo, 01.09.2018

Siamo arrivati alla fine del nostro percorso; pensiamo e ci chiediamo ormai tante cose, che si sommano, si moltiplicano, si incrociano, che si confrontano, si condividono… sempre alla ricerca di qualche risposta. Ve le offriamo così come ci vengono le nostre dodici e più prospettive mischiate, composte in un dialogo senza fine. E chissà se qualche domanda se la sta ponendo qualcun altro con noi in questo momento…

Ci siamo raccontati l’esperienza nei progetti della missione che abbiamo conosciuto…

Io mi sento spesso osservata, è un po’ strano, ma chissà cosa pensano di noi!?

Sono sguardi che mi incuriosiscono, chissà cosa ci sta dietro. Un po’ di diffidenza?

Sicuramente questo riflettere su cosa pensa l’altro aiuta a decentrare il nostro punto di vista.

L’ospedale di Ampasimanjeva mi ha lasciato un magone dentro, mi ha smosso molte emozioni, è stato un piacere aiutare Chiara a risistemare il dispensario, ma c’è molto da fare, ci sono tante persone in difficoltà.

A me invece ha fatto venire tanta rabbia, basterebbe poco per risolvere problemi per noi piccoli. Mi ha colpito molto vedere che il ragazzo a cui ho donato il sangue stava meglio e… parlava ora italiano!

Pensa se ci fosse un mio caro lì nell’ospedale…

Mentre facevamo il giro, mi sono rivista io adolescente che mi lamentavo per il servizio italiano e mi sono fatta un po’ schifo. Infatti, mentre facevamo il giro, non ce la facevo più, mi sentivo troppo in colpa e sono andata un po’ in camera, poi sono tornata

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Ma quanto è difficile trovare il proprio posto in queste nuove situazioni!

Io oggi alla casa di carità di Ambositra mi sono sentita al posto giusto nel momento giusto, mentre prima, visto che non avevo mai sentito neanche parlare delle Case di Carità, mi sono sentita un po’ esterna e non avevo capito bene come funzionassero, oggi mi sono sentita come in famiglia, come se fosse normale essere e stare lì. Mi sono tanto sentita in famiglia. Però hanno forse un diverso concetto di famiglia? Ognuno fa quello che può e dà il proprio contributo come può?

Qui c’è proprio il “mora mora” (il fare le cose piano piano), bisogna accettarlo?

Mi sono sentito che qui potevo andare piano, non dovevo subito correre a fare qualcos’altro come in Italia e quindi mi sono fermato a dare da mangiare a quel ragazzo in carrozzella alla Casa di Carità ad Ambositra e sentivo che lui si fidava di me e che forse mi aveva preso in simpatia. Gli altri mi dicevano che ci stavo mettendo troppo, ma io non avevo fretta e sono stato lì con lui, cucchiaio dopo cucchiaio.

Mi sono fermata con Edmund, un ragazzo ospite della Casa di Carità di Ambositra, a scambiare una o due parole in italiano, per la mia ignoranza della lingua malgascia, e poi siamo rimasti a guardarci negli occhi e a sorridere in silenzio e… per un momento è scomparso tutto quello che c’era intorno a noi e c’eravamo solo io e lui. È la lingua l’unico mezzo per comunicare?

 

 

 

 

Stasera, dopo il pomeriggio passato giocando a basket alla casa dei fratelli di Ambositra, ho scritto troppo, davvero tanto, pensa che non scrivevo così dalla prima elementare!

Loro, a differenza nostra, stanno sempre insieme, sono molto uniti, i bambini li vedi molto coesi. Per giocare a calcio con i bambini e i malati di tubercolosi ad Ampasimanjeva, mi avevano dato una casacca diversa da vazaha e io alla fine non l’ho messa, però ho sentito la diversità. Quando gioco con loro a calcio, dopo sono piena di lividi, ma mi si apre il cuore.

Come ci comportiamo con chi chiede l’elemosina? E con quelli che vendono ai margini della strada? Dopo aver pranzato in un hotely gasy (ristorante per vazaha) ad Antsirabe, ci sono venute incontro delle persone che chiedevano l’elemosina e mi sono sentita male… io avevo mangiato e avevo la pancia piena e loro invece? È stata un’esperienza molto dura.

Mi ha colpito molto l’ospedale psichiatrico di Ambokala, la donna dietro alle sbarre, anche se ci sono delle giuste motivazioni ed è solo per un periodo, mi è sembrato per un attimo di essere in un carcere e poi le camerate come in un ospedale, i parenti che per fare assistenza devono dormire per terra…

 

Ci siamo interrogati su cosa si potrebbe fare là…

Le persone che incontriamo qui ogni giorno vivono la loro condizione come normale?

Sì, stanno bene così, per loro è bello così!

Ma forse perché non conoscono altro, non hanno altre aspettative, non hanno una percezione completa di cosa vuole dire vivere meglio?

        

Quanta sporcizia, quanto disordine, quanta povertà poco dignitosa, ma cosa vuol dire per loro e per noi dignità?

A cosa può portare la tecnologia qua? E da noi? Ho paura che distrugga anche qui le relazioni belle, vere e dirette che invece noi abbiamo potuto instaurare. È stato bello ricominciare a giocare con i bambini per davvero, direttamente e non attraverso uno schermo.

        

Mi fa rabbia pensare che ci sono tanti bambini con tante potenzialità non sfruttate e che non avranno mai la possibilità di metterle a frutto. Se chiedi ad un bambino malgascio: “Che cosa vuoi fare da grande?”, che cosa risponderà?

Si vede che hanno bisogno di figure di riferimento, diventano autonomi troppo presto.

Alla fine, mi viene voglia di abbracciarli tutti!

Sono belli i loro sorrisi, danno un senso di accoglienza, mi ha colpito il loro voler creare subito un contatto vero ed autentico. Sono sereni, nonostante tutto?

Loro stanno lungo la strada per stare insieme agli altri, per incontrare l’altro?

Quanta rabbia che mi viene a pensare che non fanno nulla per cambiare la loro condizione, che stanno lì fermi, seduti!

Mi ha colpito vedere così tanti schiavi manuali, come ad esempio l’ambiente di lavoro degli artigiani che lavorano l’alluminio in condizioni non umane… e dobbiamo riflettere insieme: quale sarà il nostro ambiente di lavoro?

Ma mi ha colpito anche la forza dell’uomo sul lavoro come ad esempio per quanto riguarda le suore.

Ma cosa si può fare? Ma cosa possiamo fare?

Abbiamo provato a darci qualche risposta?!?

Alcuni progetti di RTM non vengono più finanziati perché non danno risultati visibili subito… non si può chiedere a qualcuno, ad una popolazione, qualcosa che non può ancora dare e toglierle anche quel poco che è riuscita con fatica a dare.

Bisogna avere rispetto per chi prova a fare qualcosa anche se non va alla fine bene.

Ci vorrebbe una rivoluzione culturale partendo dalla scuola e dai bambini o da un colpo di stato.

Riesco a vedere oltre la sofferenza qui, forse per il mio lavoro, ma il livello di frustrazione inevitabilmente si alza e mi vengono in mente mille cose che si potrebbero fare nella nostra ottica, ma che magari non hanno senso qui? La via è forse quella di mettere nelle condizioni di scegliere e di fare come vogliono loro, non di dire loro come fare o fare le scelte al posto loro.

Il Madagascar ci può insegnare davvero tanto. Sarebbe bello portare il Madagascar a casa nostra e non il contrario.

La cosa più bella è stata la figura missionaria di Don Pietro Ganapini, sarei stato ad ascoltarlo per ore, se non fossimo dovuti andare vià. Siamo anche rimasti tutti tanto colpiti dai volontari, dai preti, dalle suore, dai consacrati, da chi ha fatto la scelta di stare ad operare qui. Mi sembra che abbiano una vocazione molto forte e si sente.

Ma lavorano per il progresso economico di questo paese o per altro? Dovrebbero operare per il benessere materiale, per quello spirituale o per entrambi?

Quale logica dobbiamo seguire nel vivere la nostra vita? Quella occidentale dell’accumulazione e della moltiplicazione o quella della semplicità e dell’umiltà?

Io sono venuto qui per seguire la seconda, per ritrovare le cose semplici e anche forse più antiche.

Per me sicuramente la prima logica perché porta ad un benessere materiale e quindi aiuta a vivere meglio.

Sento che devo entrare in punta di piedi per conoscere queste persone, questo popolo. Forse basta solo stare accanto e affiancarsi?

Abbiamo riflettuto insieme con l’aiuto di Don Simone Franceschini sul Vangelo del 15.08 (Lc 1, 39-56) ad Anorombato e quindi sulla vocazione di ognuno di noi…

Ma io non sono un salvadanaio! Durante la pausa dopo il mio servizio in ospedale, avevo solo bisogno di parlare con qualcuno che mi ascoltasse e che si interessasse a me, a come stavo… invece alla fine della chiacchierata mi ha chiesto dei soldi… ti chiedono sempre dei soldi… ma noi vazaha siamo per loro solo i bianchi con i soldi? Io non ho scelto di essere ricca, non vorrei essere il ricco che il Signore lascia a mani vuote.

Il Signore in questo Vangelo non ci vuole punire, ma ricompensare invitando a riconoscere e a rimettere al centro le cose essenziali, ciò che conta veramente.

Ci dice che saranno gli umili ad essere innalzati, da speranza e ci libera questo pezzo di Vangelo!

È molto bello pensare che il Signore innalzi le suore, i volontari, tutti gli umili, è consolante.

Ma perché sono dovuta venire fino a qua per trovare l’umiltà? Anche a Reggio Emilia ci sono tante persone umili, basta cercarle!

Io non sono venuta qui per capire qualcosa sulla mia vita o cercare, ma semplicemente per conoscere questa realtà e dove tutto è cominciato. È vedo che è tutto molto bello!

Ora riesco più a ringraziare, a riconoscere e ad avere la consapevolezza delle cose belle che vivo, come l’opportunità di questo viaggio. La domanda che mi pongo è: Maria ha avuto paura? E anche: come ha fatto a riconoscere che quello era il suo ruolo, la sua missione.

Ho tanta paura ad affidarmi. Cosa vuole il Signore da me? Cosa vuole che io faccia?

A volte mi chiedo cosa ci faccio qui? Oggi sento di aver fatto la cosa giusta, ieri pensavo che era meglio tornare a casa, cosa devo fare?

Ma qual è la mia casa? Cosa devo chiamare casa? Casa di qua, casa di là, non ci capisco più niente!

Quanto è difficile farsi aiutare come Elisabetta da Maria! Ho provato cosa vuol dire essere incinta e aver bisogno di aiuto anche solo per allacciarsi le scarpe. Ma quanto è difficile chiedere aiuto per me?

Ci siamo posti tante domande che forse solo all’apparenza sono alternative…

Ha senso continuare a seminare anche se con fatica oppure ha senso non aver più speranza e pensare che sia un paese solo per volontari?

Basta la vocazione o bisogna anche tener conto dei limiti che i volontari che operano in Madagascar ci hanno mostrato quando non vedono i miglioramenti? Come ad esempio operatori che rubano medicinali, popolazione che non capisce il tuo lavoro, malgasci stipendiati che non fanno il loro lavoro…

I volontari si vede che possono provare anche loro rabbia, che diventa spesso rassegnazione… ma come fanno poi a ripartire con umiltà? Hanno davvero tanta tenacia!

È un bisogno nostro quello di vedere subito i risultati oppure ha un senso?

Bisogna concentrarsi solo sulle potenzialità o anche considerare le possibilità qui per i malgasci?

Bisogna denunciare queste condizioni oppure accettare questa realtà così com’è?

Ha senso fare un confronto con la nostra realtà oppure no?

 

Ma alla fine di chi stiamo parlando? Di noi? Di loro? Di tutti?

Abbiamo visto cose che fanno ripensare alla nostra storia, che ci portano a ritoccare la nostra visione e le nostre aspettative, capire i nostri limiti, mettere in discussione la nostra visione.

Ad alcune abbiamo provato a dare una risposta, ma ve le offriamo così aperte, perché la ricerca non finisce mai…

Francesco, prima di continuare il suo percorso con sua moglie Silvia insieme a Don Olivier, ci aveva consigliato di continuare a mettere sul tavolo tutte le emozioni che avremmo provato da quel momento in avanti e allora noi… abbiamo continuato e continuiamo.

Sappiamo che il Signore è lì, sempre con noi, che conosce tutti i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre domande e quindi  glieli affidiamo. Gli chiediamo anche di non smettere di farci interrogare sul senso della nostra missione qui, oggi, su questa terra e di permetterci di leggere i cartelli stradali che pone sulla strada della vita di ognuno di noi.

I campisti del Madagascar alla ricerca

Manakara, una missione comune

Qui a Manakara abbiamo frequentato la lezione di sport del lunedì con gli ospiti dell’ospedale psichiatrico di Ambokala.

Ginnastica con gli ospiti dell’ospedale di Ambokala

Lorenzo ci ha saputo accompagnare con leggerezza di cuore e ironia facendoci muovere i muscoli, non solo fisici, in sintonia.

 

 

 

 

 

Insieme a Giulia e Chiara abbiamo costruito ponti e strade di speranza, abbiamo respirato il profumo dell’Oceano Indiano, ricevendo così il grande regalo di poter fermarci a contemplare la bellezza dell’infinito e della creazione.

 

Panorama dell'Oceano Indiano a Manakara

 

La Confiserie di Manakara

Abbiamo assaggiato le marmellate vendute nel negozietto della diocesi di Reggio a Manakara, dove si commerciano caffè, saponi, olii essenziali, miele e tanti altri prodotti, frutto del lavoro di donne, altrimenti disoccupate.

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo visitato l’ufficio e il centro culturale di RTM. Ora ci lavorano Enrico e Tania che ci hanno parlato delle difficoltà che incontrano nel provare a cambiare le cose in profondità e nel ricevere finanziamenti per continuare a lavorare con le autorità malgasce su temi di grande importanza.

Abbiamo avuto la possibilità di accompagnare i volontari di RTM a fare una sensibilizzazione sulla cura della malattia della lebbra in un villaggio qualche chilometro più in là, dove ci siamo fatti prendere dai sorrisi e dalla gioia contagiosa dei bambini incontrati.

Giochi con i bambini nel villaggio

Abbiamo conosciuto Luciano che ci ha parlato dei suoi progetti e della sua vocazione, che ci ha trasmesso il senso dell’esserci sempre per gli altri, con umiltà, in silenzio e nell’ombra.

Abbiamo visitato quell’oasi di pace della Ferme di Analabe‚ un posto dove ognuno può dare il proprio contributo, dove può ritrovare il contatto con la bellezza della natura e dove c’è spazio di recupero, di progettazione e di incontro.
Proprio qui, una volta all’anno viene organizzato un campeggio di tre giorni con i ragazzi dei vari distretti della parrocchia di Manakara che‚ finalmente‚ possono stare insieme ed essere bambini, imparando attraverso il gioco. E’ stato un privilegio aver condiviso, anche solo per un giorno, questo momento.

La chiesa costruita da don Giovanni Ruozi con l’aiuto della diocesi di Reggio

Abbiamo visto la luce del Signore nella chiesa nuova di Gesù Misericordioso costruita con tanto amore per volere di Don Giovanni. Nonostante la grandezza della chiesa, ci racconta che alla domenica si può far fatica a trovare un posticino per stare insieme alla comunità e al Signore.
Mentre ci parlava, potevamo sentire la sua gioia, il suo averci messo anima e corpo, la sua umiltà e obbedienza per la preparazione del suo ritorno in Italia.

Presto, anche Damiano avrà la possibilità di iniziare il suo percorso lì. Gli mandiamo un forte e caloroso abbraccio, ringraziandolo per il suo essere sempre pronto a fare e per aver condiviso con noi momenti del campo molto forti che ricorderemo con il sorriso sulle labbra.

Infine, pensavamo che…
forse le persone che abbiamo incontrato qui hanno un filo rosso che le collega, una missione comune: camminare mano nella mano con il Signore, facendo rifiorire persone, piante, animali, ridando la vita, essendo sempre alla ricerca, provando a crescere e maturare, tentando poi di accompagnare anche gli altri in questo cammino.
Ringraziamo il Signore per averci dato la possibilità di fare questi incontri che ci interrogano, ci smuovono e ci lasciano tanta speranza.

Il panorama di Ampasimanjeva

Ampasimanjeva: essere ospiti…con una parte del cuore rimasta là

Si è chiuso un piccolo ed importante capitolo di questo lungo percorso che a noi sembra‚ però, troppo corto.
Il 18 agosto abbiamo dovuto salutare Ampasimanjeva. Inutile dire che una parte del nostro cuore è rimasta là.
Nel viaggio per raggiungerla, percorrendo al buio quell’ora di strada sterrata con buche che sembravano voragini, pensavamo di essere arrivati alla fine del mondo.
Appena arrivati a destinazione, ci siamo seduti a tavola in fretta e furia “perché poi bisogna spegnere il generatore!”. Infatti, la corrente elettrica ad Ampasimanjeva non c’è. Per l’ospedale e le altre stanze antistanti dei dipendenti viene tenuta accesa attraverso un gruppo elettrogeno solo un’oretta o due al giorno dopo il tramonto per permettere alle persone di lavarsi e cucinare, poi viene spenta e risparmiata per eventuali urgenze in ospedale.
Ci siamo accorti che le cose al buio acquisivano un’altra fisionomia, gli altri sensi si espandevano e si sviluppavano maggiormente. Ci siamo ritrovati ad apprezzare quel fascio di luce della torcia prima di addormentarci, che offriva un po’ di senso di calore. A Manakara è stato strano riabituarsi alla luce elettrica, è come se la vista regnasse di nuovo sovrana in ogni situazione. Ci siamo chiesti: sarà forse per questo che noi diamo così importanza all’apparenza?

I bambini giocano a calcio nel campetto fangoso di Ampasimanjeva

I bambini giocano a calcio nel campetto fangoso di Ampasimanjeva

È stato emozionante sentire il profumo dell’aria pura, non inquinata, di aperta campagna, assaggiare i sapori dei cibi che le suore ci cucinavano con tanto amore, udire i rumori della natura mentre ci ritrovavamo alla sera in cerchio sotto alla veranda dei volontari per giocare a lupus, stringere le manine calde e un po’ fangose dei bambini che tutti contenti ci hanno accompagnato a fare il giro del villaggio, ascoltare le parole di preghiera, di confronto e di condivisione delle volontarie che hanno deciso di dedicare un anno della loro vita lì, soltanto per esserci.

Quello che si può notare ad Ampasimanjeva è il collegamento fondamentale che esiste fra tutti i progetti della missione presenti: le persone malate di tubercolosi non sono persone escluse, ma sono parte di una comunità. Giocano a calcio con i bambini della scuola e i loro figli frequentano insieme ad altri proprio quella scuola. Ci chiedevamo: tutto non parte forse dall’educazione scolastica?

La Ludoteca “Papillon“ è una scuola libera e gratuita non riconosciuta ufficialmente. Inizialmente, era nata per permettere ai figli dei malati di tubercolosi, che devono sottoporsi ad un trattamento di due mesi in ospedale, di avere continuità nella formazione. Successivamente, si è poi deciso di aprirla a tutti i bambini del villaggio che hanno più di tre anni e che non possono permettersi di andare a scuola.
Ci è sembrata un’apertura che significa vera accoglienza e giocando con tutti quei bambini si può percepire la loro gratitudine nel sentirsi accolti e nell’avere qui un punto di riferimento.

Le scuole statali e private sono tutte a pagamento e pochi genitori possono permettersi di mandarci i loro figli.
Il tasso di analfabetismo, ci riferiscono i volontari, è del 78%. Qui, oltre a Madame Beatrice che la gestisce, c’è Giulia, che con il suo sorriso accoglie con gioia ogni bambino.

Un bimbo con un cellulare ad AmpasimanjevaGiulia ci ha raccontato due episodi: una volta si era un po’ arrabbiata con un bambino che sembrava molto motivato, ma veniva poco a scuola. Allora, glielo aveva fatto presente e lui aveva risposto che non poteva esserci sempre non perché non volesse, ma perché doveva andare a far pascolare gli zebù.
L’altro episodio che ha condiviso riguarda il venerdì alla Ludoteca. Durante quella mattinata si guarda sempre insieme un film e molti bambini, che vengono a scuola proprio per imparare e sono molto motivati oppure che vengono da molto lontano a piedi o in lakana (canoa), non si presentano perché “mi sembra solo di perdere tempo”.

Ilaria con i bimbiPresto sarà il turno di Ilaria, con la quale abbiamo condiviso parte del nostro viaggio e che affidiamo con gioia al Signore.

 

 

 

 

L’altro progetto del CMD ad Ampasimanjeva che abbiamo avuto l’occasione di conoscere è l’ospedale.

L’esterno dell’ospedale di Ampasimanjeva con malati e parenti in attesa

È uno degli ospedali di riferimento del sud del Madagascar, in cui i pazienti hanno la possibilità di pagare le cure in base alla loro disponibilità economica e in ogni caso sono sempre garantite.
Chiara ci ha fatto fare un giro lungo ed approfondito di tutti gli spazi fisici ed emotivi presenti. Ci ha raccontato con passione alcune storie di malati che l’hanno colpita: storie di donne che muoiono ancora e spesso di parto, storie di presunte vittime di violenza, storie di persone con infezioni così grandi che ormai invadono tutto il corpo, storie di donne che tengono i loro figli appena nati con loro già sotto le coperte, storie di padri che muoiono e che lasciano una figlioletta che ha come unico punto di riferimento la scuola, storie di bambini che si presentano senza un arto, e tante tante altre. Sentiamo il peso di queste storie, la fatica di raccontarle e anche di accettarle.
Chiara ci ha spiegato anche che la gente ha paura di venire in ospedale perché gira voce che “in ospedale si muore“. Ci ha detto anche che questo pregiudizio è comprensibile perché spesso le persone arrivano in ospedale all’ultimo momento, all’ultimo stadio della malattia, quindi come ultima spiaggia prima di morire e quando ormai è troppo tardi.
Sarà forse che il centro della loro vita è la sopravvivenza quotidiana, quindi il lavoro e i bisogni primari? Sarà per questo che non c’è tempo e spazio per la riflessione, per pensare a cosa fare e per prendersi cura di sé e degli altri?
A questo proposito ci è stato riportato un detto malgascio: “fai tanti figli, perché si sa già che alcuni moriranno.”
Mentre eravamo tutti seduti di fronte all’ospedale abbiamo visto passare una persona deceduta in una barella fatta di legno e ci è subito apparso chiaro che la morte fa parte davvero della vita, ma è così tanto difficile da accettare e affidare la nostra vita e quella degli altri al Signore. Capiamo anche che le emozioni di fronte ad un evento così traumatico come la morte vengono espresse in modo differente in base ai modelli culturali di riferimento: qui, ad esempio, non va bene piangere e i bambini vengono sgridati se piangono.

Abbiamo dato un’occhiata veloce alle ‘cucine’, spazi predisposti per i familiari dei malati: nella stessa stanza questi preparano da mangiare e dormono su stuoie per terra. Ogni malato, infatti, si porta dietro tutta la famiglia e a turno ogni componente si prende cura della sua assistenza di base. Entrando in una stanza dell’area adulti, ci è stato fatto notare che qui le persone sono fortunate perché a tutti è garantito il materasso sul letto, cosa che negli altri ospedali non avviene e solo chi riesce a permetterselo lo noleggia, altrimenti utilizzano una stuoia sopra alla rete. Poi, siamo stati nell’area materno-infantile e nella sala parto, dove un gran numero di donne incinte e malate formavano una lunga fila tranquilla e paziente.

La sala operatoria dell’ospedale di Ampasimanjeva

Infine, dopo il dispensario dei medicinali e il laboratorio per le analisi del sangue, finalmente la sala operatoria, che è l’unico ambiente più o meno a norma secondo la nostra logica occidentale per quanto riguarda la sterilità.

È davvero difficile descrivere a parole le grandi differenze rispetto agli ospedali italiani e provare a trovare un senso a tutta questa sofferenza e al modo di gestirla qui, in Italia e ovunque.

Gran parte dei mezzi che sostengono tutto l’ospedale sono i fondi inviati dalla Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla, che derivano da donazioni, e l’amore e la cura dei volontari, delle suore malgasce, del signor Giorgio Predieri e dei pochi dipendenti, rigorosamente tutti malgasci, che ci lavorano quotidianamente. Fra questi, il Dottor Martin è davvero uno dei punti di riferimento principali, medico chirurgo ginecologo, formatosi prima ad Antananarivo e poi in Italia e dalla capitale trasferitosi qui con tutta la famiglia, anche lui in missione in questa piccola realtà. Chiara ci ha raccontato che lui gioca e allena nella squadra locale di basket.

Il dottor Martin, direttore dell’ospedale di Ampasimanjeva

Ci hanno colpito immensamente le sue parole: “giocare a basket è come lavorare in ospedale, se fai canestro, se riesci a guarire un malato o fare un’operazione che va poi a buon fine, fai centro e sei contento!”. Ci ha fatto un po’ commuovere tutti la sua pace interiore, il suo impegno, la sua sensibilità, il suo prendersi a cuore, il suo caricarsi delle responsabilità, la sua decisione di non andare in pensione per continuare ad operare: è davvero un esempio di grande umiltà.

Un’ altra attività di cui si occupano i volontari è quella con le persone malate di tubercolosi, che vivono insieme ai loro familiari in strutture separate ma vicine all’ospedale, anche se non sono più contagiosi una volta iniziata la terapia.

Giulia e Giorgia ora si alternano tutte le mattine per fare un piccolo momento con loro, dando loro le medicine e provando loro la febbre per avere un monitoraggio costante dell’andamento della loro guarigione. Osservando le loro cartelle ci hanno colpito i dati riguardo al loro peso e l’età: 25-35 chili e alcuni anche molti giovani. Sono una piccola e accogliente comunità, ridono e scherzano fra loro e ci hanno fatto sentire tanto accolti. C’è un ‘capo’ che coordina un po’ il tutto ed è un punto di riferimento per tutti i questi malati. Quello attuale è un ragazzo giovane con un sorriso smagliante e con la battuta sempre pronta.

La sala di attesa dell'opsedale

Ci viene quindi ancora da chiederci quanto e quale posto occupa la malattia nella mente e nel cuore delle persone che abbiamo incontrato.

Lasciamo per ultima una frase che un anziano signore in un banchetto ad Ampasimanjeva ha detto a Giulia, mentre ci vedeva passare nel villaggio, e che lei, commossa, ci ha tradotto ringraziando il Signore: “sono arrivati degli ospiti, che bello!”. Ed è stato proprio un grande insegnamento di ospitalità e di accoglienza: per una volta al posto della parola ‘vazaha’ (stranieri), c’è stata donata la parola ‘ospiti’.

I campisti ampasimanjevi 2018

Bambini, bambini e ancora bambini

Bambini, bambini e ancora bambini, bambini ovunque andiamo.
Qui la vita inizia in ogni angolo.

 

 

 

 

 

 

Bambini che ci sciolgono con i loro sorrisi, un po’ sdentati, ma tanto lucenti.
Bambini che, come ci racconta Giulia, fin da piccoli ad Ampasimanjeva sono spesso chiamati a tener dietro agli zebù, ad avere il ruolo di piccoli pastori perdendo così la possibilità di frequentare la scuola, di viversi l’infanzia.

 

 

 

Bambini curiosi che, appena ci vedono, con un po’ di vergogna tentennano fra lo stare e lo scappare, ma quando decidono di rimanere, sentiamo la loro accoglienza vera e sincera, come un immenso abbraccio anche senza sfiorarci.

Una bimba con il fratellino sulla schienaBambini che portano sacchi pesanti sulla loro testolina, che tengono sulla schiena il fratellino o la sorellina, due cuori vicini, che si toccano, uno che impara presto cosa significhi essere responsabile e l’altro che si deve affidare.
Bambini che ci seguono ovunque andiamo, che corrono come forsennati dietro al nostro pulmino, pur di non perdersi il saluto di un “vazaha” (straniero).

 

 

 

 

 

Bambini colorati nel loro vestito migliore per l’occasione della messa, che sanno a memoria le canzoni di chiesa perché sono le uniche che possono ascoltare.
Bambini silenziosi nel nostro momento di condivisione con Don Simone ad Anorombato, il giorno prima di ferragosto, che ci osservano prima con occhi stupiti poi ci scrutano uno ad uno per comprendere cosa stia succedendo, condividendo con noi semplicemente standoci accanto.

Bambini che non si sa neanche se nasceranno, che potrebbero morire dopo i primi battiti, che hanno un pancione gonfio come un palloncino, pieni zuppi di fango, con una sola ciabatta, quasi tutti con i piedi scalzi, con le treccine o con i codini, che si lavano nel fiume.

Bambini che si divertono come pazzi a fare i bans con Chiara, che adorano le foto, che non vedono l’ora di vedere finalmente la loro espressione riflessa come su uno specchio, che ridono come matti appena mostriamo loro la foto appena scattata, che vorrebbero essere riconosciuti, sognati e ricordati.
Bambini che, ai vari mercatini che incontriamo, rimangono lì tutto il giorno con i genitori, ad aspettare, a sgranocchiare, a osservare, a succhiare da un seno offerto gentilmente da mamme stanche e segnate.

 

Bambini che calciano un pallone composto da stracci, che rincorrono Roberta e Martina, che assaltano Damiano, che farebbero qualunque gioco insieme a noi.

Stasera, prima di dormire, sotto questo cielo zuppo di stelle nell’emisfero opposto, pensiamo solamente che tutti noi siamo stati bambini e che è proprio un dono grande poter intrecciare la nostra vita con quella di questi bambini.

I campisti malgasci – Ampasimanjeva 18/08/2018

Dal Madagascar – ragazzini al mercato, Giulia Farri e Cela’

Luglio 2018

Ciao a tutti!
Questo mese le parole faticano un po’ ad uscire quindi mi affiderò anche stavolta ad una persona,
precisamente un ragazzino, raccontandovi la sua storia, un po’ meno divertente di quella di Ricot!
I due bimbetti che vedete in foto sono Iabelen (il più piccolino) e Celà!

Celà, il protagonista di questa storia, con il suo amico Iabelen

Il “protagonista” di oggi è Celà.
Ha 14/15 anni, nemmeno lui lo sa, strano eh?! Stando qui però scopri che è una cosa usuale non sapere la propria età, spesso anche i genitori non lo sanno e più l’età avanza più è difficile avvicinarsi
alla presunta cifra esatta!
La prima volta che ho incontrato Celà ero
con Enrica al mercato, a comprare il riso per Ambokala, si sono avvicinati lui e un altro ragazzotto sordo-muto per chiederci qualcosa da mangiare, Celà non parlava, faceva solo gesti per farsi capire da noi e dall’amico, fingeva di essere muto anche lui, un po’ per comodità e un po’ per comunicare con il suo compare!
Da quel momento Celà è entrato a far parte di quelle persone che vedi una volta e non ti scordi mai, ha iniziato a venire al centro ragazzi di cui si occupa Lorenzo in cui io faccio servizio al mercoledì pomeriggio, piano piano ho iniziato a conoscerlo un po’ meglio.
Celà fa parte di un gruppo di 5/6 ragazzetti che dorme e vive al mercato, cosa che per la maggior parte dei malgasci è normale, ma che per me non lo sarà mai, faccio fatica a farmene una ragione, bambini da soli al mercato, senza niente se non i pochi vestiti che hanno addosso.
Celà è un ragazzo dolcissimo con un forte bisogno di attenzioni e non manca una buona dose di furbizia come in ogni quattordicenne del mondo.
Un paio di settimane fa è venuto a cercarci a casa perché stava male, aveva la varicella e abbiamo iniziato a curarlo. Per cinque giorni ogni mattina ci incontravamo e gli portavo le medicine della giornata e piano piano è guarito. Una delle ultime mattine ne abbiamo approfittato, l’ho portato con me al centro d’ascolto di Diana e abbiamo cercato di conoscere un po’ la sua storia per provare ad aiutarlo, cercare di capire se aveva ancora un famiglia, se era stato abbandonato o se era scappato. I suoi genitori si sono separati, la mamma vive con un altro figlio e il suo nuovo marito che a dire di Cela è cattivo, lo tratta male e non lo vuole in casa.
Il padre, anche lui risposato con 5 figli, lo abbiamo trovato e siamo riuscite a parlargli…non mi è piaciuto, io non riesco a fare queste cose senza inevitabilmente affezionarmi alle persone, in particolare ad un ragazzino solo che ha un padre che si mette a ridere quando gli dici che il figlio è stato molto malato ed è dovuto venire a cercare noi perché non sapeva dove trovare la sua famiglia e che se gli chiedi se è disposto a riprenderlo con lui se si comporta bene ti risponde “No, lui non va bene!”.
Come?! È tuo figlio, lo hai messo al mondo tu, come fa a non andare bene?! Come fanno lui e la madre a dormire di notte sapendo che loro figlio dorme al mercato da solo, senza nulla e al freddo, che ruba per rivendere ed avere i soldi per riuscire a mangiare!
Abbiamo sperato per un attimo di riuscire a togliere un ragazzino dal mercato, dargli almeno una casa ed un tetto sotto cui dormire ma non è così semplice, stiamo valutando altre opzioni ma si vedrà perché Celà deve essere il primo a voler far qualcosa per cambiare la sua vita perché un’altra cosa mi sconvolge abbastanza: parlando con questi ragazzi capisci che loro al mercato stanno “bene” hanno scelto di farlo, nel limite del possibile, sono ambientati e si sono creati una famiglia tutta loro, ovviamente i lati positivi per loro sono tanti: vivere senza regole, senza orari, senza dover studiare o lavorare e stare tutto il tempo con gli amici giocando e scorrazzando in giro; diventa quindi difficile rinunciare a tutto questo e andare magari in una comunità in cui si studia e si deve stare a delle regole, devono proprio essere loro a volerlo, tu non puoi fare altro che proporglielo e cercare di farli
ragionare sul loro futuro.
In tutta questa storia abbastanza triste, diciamolo, c’è una cosa che mi fa sorridere e che mi piace tantissimo: questi ragazzi sono così legati da essere diventati una vera e propria famiglia, quando Celà aveva la febbre gli sono stati dati dei vestiti pesanti per stare un po’ più coperto, i suoi vecchi vestiti dove sono finiti? Il giorno dopo, dopo averli lavati, erano addosso ad uno dei suoi amici del mercato che prima aveva dei vestiti completamente distrutti e da buttare, anche quando è ora di mangiare, si incontrano e mettono insieme quello che ognuno di loro ha trovato, dal cibo ai soldi che la gente gli dà e si dividono tutto per poter mangiare qualcosa tutti!
Da questo posso proprio dire che è proprio chi ha meno che condivide di più e spesso ti insegna di più! Non sono contenta del risultato, ma ho imparato tanto dalla storia di Celà e so che sarà una di quelle storie che non mi scorderò mai e che mi voglio portare a casa!
Mi sembra giusto condividerla anche con voi sperando che arrivi anche solo una briciolina di quello che ho provato vivendola!
Giulia

In partenza per il campo estivo in Madagascar!

Eccoci qua,
anche se fisicamente non ci siamo mossi molto, se non di qualche chilometro attorno alla nostra città, il cammino in questi mesi è stato lungo e intenso.
Che bello è stato provare a conoscerci e riconoscerci un po’ in quella scintilla che lentamente, ma costantemente, ci brucia dentro!
Sento che ognuno di noi ha tanta voglia e desiderio di comunione, tanta sete di conoscenza diretta che può diventare testimonianza, che apre gli occhi e inevitabilmente ‘slarga il cuore’, come mi disse una volta Padre Danilo.
Emozioni forti e pensieri in circolo oggi in questo aeroporto che ci seguiranno dopo i 7947 chilometri che abbiamo davanti.
C’è soprattutto una frase di una canzone che mi si è attaccata addosso e ora non mi molla più: “Io sarò con te dovunque andrai.”

Ci siamo interrogati in questi mesi sul nostro ruolo durante il campo, abbiamo chiesto quale potesse essere la nostra ‘missione’ e la risposta che alla fine ci siamo dati è il non voler essere supereroi o solamente fare, ma essere umili e provare solamente a STARE. Quest’ultima parola ci ha fatto tanto ridere inizialmente, ma stare dove, come, perché? Poi anche un po’ arrabbiare e impaurire, ma saremo pronti solo a STARE? Siamo davvero preparati a saper accogliere con umiltà, senza giudizio e a cuore aperto tutto ciò che incontreremo?
In qualche importante incontro ho ricevuto parole di luce su questo: guarda negli occhi, soffermati sui particolari, tocca con mano, dài e ricevi quello che riesci, cercalo, non avere timore, contempla e apprezza quei colori così belli e intensi, mettiti in ascolto, parla con chi è stato chiamato a fare scelte forti, raccogli storie, stai, stai e ancora stai lì, nel presente di quello che vivi.
E allora ho capito quanto siano importanti gli incontri, quelli veri ed autentici.

E quindi oggi siamo qui, ci proviamo e ringraziamo per il dono grande di questo viaggio, per questo sorriso di gioia profonda che ci dipinge il viso, che ci fa commuovere e sentire uniti, carichi di aspettative, ma ormai ci siamo… forse siamo pronti ad andare.

I partenti per il campo missionario in Madagascar (09/08-02/09)

Diario dal Madagascar – Gli inizi del nostro cammino

21 giugno 2018 – San Luigi Gonzaga

“Per fare del bene alle anime, bisogna poter parlare ad esse,

e per parlare del buon Dio, e delle cose interiori,

bisogna imparare bene la lingua”

Charles de Faoucauld

 

  • “Manao ahoana ianao?” (come ti va?)
  • “Salama tsara aho! Ary ianao?” (sono in buona salute! Va tutto bene. E tu?)
  • “Tsara fa misoatra” (bene, ti ringrazio)                

Questo piccolo scambio ci aiuta a comprendere molto del modo di fare e di comportarsi dei malgasci. Si, esatto, perché queste poche battute di saluto ci permettono di capire qualcosa della mentalità del popolo del Madagascar: l’importante è essere sempre in buona salute, così come è importante salutarsi tra conoscenti e sconosciuti con rispetto e cordialità. Se poi le cose non vanno proprio così bene (situazione piuttosto frequente), non bisogna dirlo direttamente, ma occorre conservare una patina di serenità e di riconoscenza. Difficile da descrivere e da comprendere questo atteggiamento, ma credo che ci aiuti ad entrare nella logica di questo popolo, così mite, così capace di riconoscenza e di gratitudine (nonostante tutto), eppure cosi fatalista, incapace di programmazione e sospettoso dei cambiamenti. Siamo su un’isola, e seppur molto grande, è pur sempre un’isola; si conosce poco lo straniero,  il mare fa paura, e ancor di più fa paura ciò che c’è aldilà del mare.

 

Prima di partire avevo letto che a causa dell’isolamento fin da tempi antichissimi, oltre l’80% degli esseri viventi presenti in Madagascar sono endemici, cioè sono presenti solo qui! Da un certo punto di vista, credo si possa dire qualcosa di analogo anche per i malgasci, nel senso che l’originalità di questo popolo è evidente.. le tradizioni, le loro credenze, le loro abitudini, li rendono davvero unici, non sono né africani e né asiatici… sono un incontro di popoli!

Chi visita questo paese resta affascinato dai grandi paesaggi, selvaggi e rigogliosi durante tutto l’anno, dalla mitezza della popolazione, dall’accoglienza calorosa… eppure si rimane spiazzati di fronte alla grave povertà diffusa! Perché questa situazione? Perché tanta sofferenza? Perché così poche infrastrutture al servizio della gente: strade, ospedali, dispensari, scuole? Non possiamo rispondere secondo nostra abitudine, cioè cercando le cause e individuandone gli effetti.. in Africa, e credo in particolare in Madagascar, la situazione è molto complessa, non può essere certo sintetizzata o descritta con poche battute. Anch’io, dopo quasi 8 mesi di vita assieme a questo popolo, mi rendo conto del rischio di raccontare solo delle impressioni, di avere la soluzione pronta per mille problemi che affliggono questo popolo; eppure è tutto molto più complicato. Tutto ciò ha anche un aspetto affascinante: nonostante le criticità, nonostante le frequenti precarietà, questo popolo continua a guardare con rispetto al passato e con profonda riconoscenza al presente! Due elementi essenziali, due principi evangelici.. Ecco però, che manca lo sguardo al futuro! Mi sento di dire che uno dei problemi più gravi è proprio la mancanza di prospettive future, e appunto, la poca voglia e disponibilità di pensare all’avvenire.

C’è un immobilismo di fondo da sempre, che paralizza la creatività di chiunque, un po’ su tutti i piani, dall’economia alla cultura.. eppure l’impressione è che ultimamente le cose stiano lentamente cambiando, a partire da fattori negativi ma anche positivi: la popolazione aumenta sempre di più e il cibo scarseggia, i governi costantemente corrotti cominciano a stancare, molti malgasci iniziano a prendersi grosse responsabilità e a non dipendere più soltanto dagli europei (nella Chiesa questo è evidente e molto consolante), e in particolare, la diffusione, sempre più capillare, di internet, che permette ai giovani di capire ciò che avviene aldilà del mare, che le cose si possono fare diversamente da come si sono sempre fatte e da come vengono tramandate da generazioni.

Credo che noi missionari, in nome di Cristo, abbiamo più di altri una grande responsabilità: aiutare la gente a prendere coscienza del proprio futuro, e in particolare nei prossimi tempi aiutarla a governare in modo positivo e sostenibile il possibile e auspicabile cambiamento. Allo stesso tempo, apprendere i punti forti della cultura malgascia: questa giovinezza, questa freschezza, questa incrollabile riconoscenza verso Dio, verso gli antenati e la propria famiglia, per testimoniarli nelle nostre comunità cristiane in Europa, che nonostante i doni di grazia, sembrano sempre più stanche.

Per quanto ci riguarda più direttamente, assieme a don Simone, stiamo vivendo l’ultima settimana di studio della lingua qui ad Ambositra, in montagna (e il fresco comincia farsi sentire). Infatti, già dalla settimana prossima scenderemo a Manakara per restarci definitivamente! Come siamo messi con la lingua? Per quanto mi riguarda, c’è ancora molto da fare e da imparare, nel senso che dopo tanto studio c’è bisogno di mettere in pratica.. questo è evidente dal momento che riesco a farmi capire, ma capisco pochissimo ciò gli altri mi dicono! I malgasci sono molto incoraggianti, ogni volta che abbozzo una frase in malgascio, puntualmente mi rispondono: “efa mahay tsara ianao!”, cioè: “sai già bene!” Ma entrambi sappiamo che la strada è ancora lunga!!

Sono quasi increduli e si mettono a ridere quando si accorgono che il “bianco” prova a parlare in malgascio! Ci hanno sempre visti come dominatori, e i francesi non si sono quasi mai preoccupati di imparare il malgascio (anche perché la pronuncia è quasi incompatibile)! A questo proposito è stato curioso rendersi conto che il malgascio (di campagna soprattutto) non capisce che differenza c’è tra un italiano e un francese! Nel senso che secondo loro, la nazione di riferimento, ricca, che domina, oltre il mare, è la Francia! Noi, come tutti gli altri popoli bianchi, non siamo altro che una tribù francese che usa un dialetto diverso! Un pò come avviene per loro e le loro 22 tribù… Perciò per loro è inconcepibile che un bianco non sappia il francese! Così, quando un italiano non sa il francese, potrebbe significare “poca intelligenza”. Unica eccezione è “Roma”, la capitale del mondo, dove c’è il papa…

Lo studio fiacca, demoralizza, eppure ci rendiamo conto di quanto sia importante per il futuro del nostro servizio! Attraverso l’apprendimento di parole, di modi di dire, entriamo in punta di piedi nella storia e nella cultura di quest’isola. In questi mesi abbiamo comunque avuto la possibilità di viaggiare parecchio soprattutto durante i fine settimana: siamo stati nel profondo sud con tutti i volontari italiani, abbiamo partecipato agli esercizi (predicati da don Giovanni) e fatto un po’ di turismo! Ci siamo affiatati e abbiamo condiviso tanto! È stato molto bello… in questi mesi ho anche avuto la possibilità di celebrare il primo matrimonio e di presiedere le prime comunioni in montagna, ai bordi della foresta! Di quest’ultima occasione vorrei raccontare qualche dettaglio in più: sei ore di strada, tre di moto e tre a piedi, per giungere alla valle di Vohidahy, ad est, al margine della foresta pluviale (o quello che purtroppo ne rimane!). Un paesaggio meraviglioso, a tratti incontaminato, un’accoglienza inaspettata e immeritata… non capita spesso di vedere un sacerdote bianco, cosi alla fine della messa, tutti in fila per fare la foto assieme a me!! Almeno 200 foto singolarmente o a gruppi, e a cui, nonostante l’imbarazzo, non potevo sottrarmi, in quanto mi correvano dietro! Ci hanno portato da mangiare, le anatre in regalo, ci hanno accompagnato nella salita verso casa, ci hanno strappato la promessa di tornare presto a trovarli!  Grazie o Signore perché mi hai aiutato a comprendere ancora di più la preziosità della vocazione che mi hai donato!

Appena qualche settimana prima, per Pentecoste, siamo stati invitati dalla parte opposta, ad ovest! Ho presieduto la messa in una comunità piuttosto numerosa in campagna. Sono rimasto un pò spaesato quando un gruppetto di ragazzi, vedendoci arrivare, sono letteralmente scappati urlando.. non avevano mai visto uomini bianchi! Poco dopo, durante l’omelia, ho accennato alla parola “mare” ma dalle loro facce ho capito che non era un concetto familiare; a fine messa, in tanti mi hanno detto che non si sono mai spostati dal loro villaggio e quindi non sanno che sia il mare, e men che meno sanno che cosa sia un’isola!

Bene! Comunque, assieme a don Simone, siamo pronti per la discesa “mistica” e concreta verso Manakara, la nostra parrocchia, il centro del distretto che ci è stato affidato! Come vi ho già scritto qualche tempo fa la nostra diocesi di Farafangana è ancora in festa: è arrivato il nuovo vescovo Gaetano, che ha già cominciato a visitare le parrocchie e a farsi conoscere da tanti, inoltre appena un paio di mesi fa c’è stata la bellissima e partecipata celebrazione per la beatificazione del martire Lucien Botovasoa! due momenti molto preziosi…

Da queste poche righe capite che cominciamo a prendere consapevolezza della responsabilità che il Signore e la Chiesa ci hanno accordato! Una responsabilità diretta nei confronti delle tante persone che vivono nel nostro distretto, ma anche una responsabilità di testimonianza e di sostegno nei confronti di una vasta diocesi, con sacerdoti e laici, e di un intero popolo…

A proposito, a fine settembre ci sarà l’ingresso in parrocchia di noi nuovi sacerdoti! Grazie a don Giovanni Ruozi che ha lavorato con umiltà fino ad ora e che ci lascia una preziosa eredità. Sarà fortunato chi se lo ritroverà come parroco in Italia il prossimo anno! Grazie mille anche a Diana e Cecilia che dopo anni di servizio ci lasciano e tornano a casa; entrambe con la loro disponibilità ci hanno insegnato tanto. Inoltre… restate connessi… perché per l’ottobre missionario saranno riproposti i videocommenti del Vangelo!!!

D’accordo con il centro missionario tornerò in Italia fra la fine di agosto e la prima parte di settembre. Parteciperò agli esercizi spirituali del Movimento Familiaris Consortio a Sacrofano di Roma, cercherò di riposarmi un po’ in montagna assieme alla mia famiglia e poi, nei giorni settembre sarò a disposizione di chi mi vorrà incontrare, per una serata, una messa a casa o in parrocchia, una passeggiata… Spero di poter rivedere molti vi voi, anche solo per un saluto o una scambio di battute.. anche questa è una grazia che ci è concessa, un incontro potenzialmente fecondo per entrambi!!

Buona estate, un saluto a tutti di cuore! Continuiamo a restare vicini nella preghiera, a servire il popolo di Dio con gratitudine ed entusiasmo, perché si possa realizzare nella nostra vita quella libertà e fecondità che Dio ci ha promesso. Il Signore è buono, non ci abbandona, ci conduce verso una pienezza di vita che può comprendere solo chi vive la logica del dono, solo chi sa rischiare, chi desidera cambiare il mondo a partire da ciò che ci insegna Gesù!

don Luca Fornaciari

Oggi vi presento Ricot!

Lo so… sono in ritardo!!
Ma stranamente questo mese, grazie all’aiuto delle veterane, avevo già deciso cosa scrivere, dovevo solo trovare il tempo per concentrarmi e raccontarvi una storia, a tratti anche molto divertente!
Oggi vi voglio presentare Ricot!

Ricot ha 30 anni ed è arrivato al VTA (Villaggio Terapeutico di Ambokala) a fine marzo, controllando, negli scorsi giorni, ho anche scoperto che è arrivato ad Ambokala lo stesso giorno in cui io sono arrivata a Manakara, coincidenze!?
Per chi non lo sapesse il VTA si occupa della riabilitazione e del reinserimento sociale dei malati psichiatrici.

Ricot è epilettico e prima di entrare in ospedale viveva e dormiva al mercato insieme alla sua mamma, non sappiamo che danni abbia provocato la mancata cura dell’epilessia ma crediamo che Ricot abbia un piccolo ritardo.
Perché non ne siamo convinte? Perché Ricot è intelligentissimo, o furbissimo mettiamola come vogliamo, così furbo da riuscire a simulare uno dei suoi attacchi alla perfezione senza che nessuno sospetti di nulla!

E non contento è un gran pigrone!!! In tre mesi, ha sempre trovato la scusa più o men o perfetta per saltare tutte le attività organizzate per i ricoverati, dallo sport del lunedì all’orto del venerdì!

Una cosa gli interessa più di tutte… le medicine!!!
E voi direte: meno male che gli interessano, sarebbe peggio se non le prendesse!!
Giusta osservazione, se questo non portasse a trovarselo in magazzino/ufficio almeno una volta al giorno!
La prima volta che mi ha visto mi ha detto: “Vazaha! Marary ny tratra aho!”
Vazaha vuol dire straniero (quindi non sapeva neanche il mio nome!!) però sapeva che avrei potuto procurargli delle medicine…un fenomeno!!!

Ricot è fortissimo, ogni volta che lo vediamo arrivare abbiamo “paura” della scenata che ci potrebbe fare davanti, la moda del momento è inginocchiarsi ai piedi dell’Enrica ripetendo “Pardonnez-moi, pardonnez-moi!” per poi rifilarci una scusa perfetta per non partecipare a qualunque cosa stia per iniziare, la risposta classica dell’Enrica è: “ Ricot! Ma alzati da lì, non sei un cane da doverti inginocchiare per terra!” allora lui si alza e tutti scoppiamo a ridere!
Un paio di settimane fa, mentre ci raccontava la sua storia abbiamo scoperto che è stato in carcere quattro anni qui a Manakara, accusato di aver rubato molti di soldi ad un vasaha, peccato che vedendolo ora dubitiamo fortemente sia stato proprio lui a rubarli! Sua madre ci raccontava che non è mai riuscita ad andarlo a trovare in carcere perché è stata per quattro anni a letto senza riuscire a muoversi dopo essere stata picchiata, Ricot è stato quattro anni da solo senza neanche una visita! Allora la domanda sorge spontanea: “Ricot ma come stavi in carcere?” e lui a differenza di tutti quelli che escono ci ha risposto: “Io sono stato bene, mi davano da mangiare, quando volevo una sigaretta me la davano, non c’era bisogno di lavorare e stavo bene!” Credo di non aver mai conosciuto una persona pigra come lui, basta che abbia il cibo e un posto dove dormire e lui è contento ahahah!

Non so se sono riuscita a rendere giustizia alla storia di Ricot ma è veramente una persona divertente, pigra e che non farebbe nulla dalla mattina alla sera!

“Ricot! Ma cosa ti piace fare?”
“Dormire ovviamente, io dormirei tutto il giorno!”
La sua prospettiva di vita? Trovare una donna ricca e vivere da mantenuto, quando ce lo diceva rideva anche lui! In realtà vorrebbe davvero una famiglia e dei figli, abbiamo provato a spiegargli che sarà difficile avere tutto questo se non trova un lavoretto, sicuramente dormendo tutto il giorno farà fatica ad avverare il suo sogno!

In qualche modo ha funzionato, ha iniziato a fare alcune delle attività che gli vengono proposte, solo quelle da vero uomo ovviamente: al lunedì ha iniziato a fare sport, ogni tanto cerca di defilarsi ma lo beccano, l’orto non se ne parla è ancora troppo faticoso forse, però va al corso di falegnameria, si siede e guarda gli altri lavorare perché lui è già capace di fare tutto ovviamente, però dai ragazzi, sono progressi anche questi!!
In tutto questo, due settimane fa mi sono accorta di avere una pulce penetran te in un piede (evito la descrizione, nulla di grave, è già la seconda! Fa solo parecchio schifo!!) dovevo farmela togliere da qualcuno, l’Enrica era impegnata e allora chi meglio di Ricot il supereroe poteva togliermela!!!?

È stato bravissimo, il giorno dopo voleva un regalo in cambio ma su questo sorvoliamo! Da quel fatidico momento però, ho fatto un salto di qualità sono passata da “VAZAHA” a “MA CHERIE MALALAKO” e ne sono al quanto onorata!!
Fine.

Questa è una piccola parte della storia di Ricot ed è una piccola parte anche della mia vita qui, quindi d’ora in avanti mi piacerebbe ogni mese raccontarvi la storia di una delle migliaia di persone fantastiche che incontro qui!
Un abbraccio forte,
Giulia

P.S. questo mese ho ricevuto una mail inaspettata che mi ha resa felicissima e mi ha portato a sentire un paio di persone e a parlare con loro per ore al telefono di qualsiasi cosa!

È stato bello scoprire di essere dentro il loro cuore anche solo un pochino, non me lo aspettavo assolutamente!

Sono ancora felice?! Certo che si!!!

Quasi un testamento spirituale da don Ganapini

Una commovente lettera di don Ganapini (su cui riflettere) da Tana:

Carissimi amici dell’Amga, del Cmd, di Rtm, di La Libertà, dei Servi della Chiesa, del Rotary club di Parma Est
e tutti voi che in qualche modo date una mano a questo vostro fratello ormai vecchio, ma sempre missionario “jusqu’au bout”, diciamo con Filippo quando ci salutiamo, “fino alla fine”… approfitto della venuta in Italia di Mauro (Rtm) per inviarvi un saluto in Cristo risorto, siamo ancora nel tempo di Pasqua. Un saluto che vuole essere pure un ringraziamento per quello che avete fatto e continuate a fare, specialmente per le nostre piccole scuole dei bimbi poveri della campagna, diocesi di Tananarive. Sì, la riconoscenza l’ho già espressa anche nella lettera del resoconto del 2017, inviata al Cmd. Se qualcuno di voi vuole informarsi meglio e in dettaglio per le varie spese, può rivolgersi al Cmd.

Mi perdonerete se parlo un po’ del sottoscritto. Ma quello che voglio dire non è tanto parlare di me, che sono quel che sono; ma pensare un attimo al futuro della nostra Amga, come ha fatto il caro don Giovanni Voltolini che ci ha lasciato 9 anni fa. I suoi amici infatti hanno voluto che continuasse l’opera di aiuto alle scuole dei poveri chiamandole le “scuole del Dongio”, dico bene?

Venendo allora a noi, dato che da poco ho compiuto i 90 anni, non è per fare il tragico e tanto meno voler prevenire quella che potrà essere la volontà del Signore, però non sarebbe bene pensare alla nostra Amga senza cambiare la parola, ma traducendola così, A=alla, M=memoria, GA=di don Ganapini?

Non è perché questo vecchio bacucco desideri essere ricordato, sia ben chiaro! Ma è per l’amore ai bimbi poveri che desidero ci sia continuazione di un sostegno! Sì, se volete quel “Am”, “Alla memoria”, potrebbe anche essere il ricordo di una amicizia sincera che non si spegne colla morte… ma poi c’è anche un altro motivo, di interesse spirituale; se con quel “Am” ci fosse pure un “requiem aeternam” per quel povero don Pietro, che attenderà certo di essere purificato da tutte quelle incrostazioni di amor proprio, incrostazioni di avarizia, incrostazioni di pigrizia, incrostazioni di ogni genere che debbono essere tolte perché impediscono quella piena comunione di vita con Gesù, che sarà poi il Paradiso… ma che intanto debbono essere bruciate dall’Amore, da quel fuoco dell’Amore che è lo Spirito Santo… allora mi spiego il perché e la convinzione del cosiddetto Purgatorio, che significa purificazione, il cui luogo non può che essere Gesù stesso, e il fuoco l’Amore che è lo Spirito Santo… Certo, quell’Amore brucia mentre purifica. Diceva il compianto monsignor Gilberto Baroni prima di morire: “Pregate per me, così mi abbrevierete un po’ il purgatorio!”. Così anch’io dico a voi, carissimi amici. Naturalmente metto tutto nelle mani del Signore e della nostra Mamma Maria: sia fatta la sua volontà! Tanto più che le anime del Purgatorio non possono più pregare per sé – così c’insegna la Chiesa – ma noi ancora qui in terra possiamo pregare per loro; e quante grazie possiamo ottenere attraverso la loro intercessione! Noi qui in terra possiamo alleviare la loro sofferenza, perché, pur nella speranza di raggiungere presto il Paradiso, essa (la sofferenza) è grande. E voi allora (lasciando sempre il come e il quando nelle mani di Dio) ricorderete questo vostro fratello quando sarà in quel fuoco purificatore dell’Amore, e lui ricorderà voi e ve ne sarà tanto riconoscente…

Mi perdonerete questa digressione sul Purgatorio… non è che io pensi, nell’ansia, di morire domani, no! “Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua Madre…” dice il salmo 131.
Ah, la nostra cara Mamma, Madre della Misericordia! Tutto in Lei,

 vostro affezionatissimo

don Pietro