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Da Giulia: i mesi sono volati via…

Sono “già” a metà (visto il ritardo, un po’ più di metà).
Perché “già” e non “ancora”?!
Perché questi mesi sono volati via. Sono stati mesi pienissimi, tante esperienze e tante sensazioni.
Sono stati mesi di felicità assoluta, ma anche di tristezza, perché in fondo un pezzo di cuore è lì da voi e con voi!

Sono stati mesi pieni di volti nuovi, diversi, che all’inizio pensi di non riuscire mai a distinguere, ma che piano piano diventano la tua nuova famiglia.
Ambokala ne è un esempio lampante. L’impatto è stato forte all’inizio, ma adesso vorrei essere là, in ogni momento, anche adesso che sono sul letto in casa a scrivere, io vorrei essere là.
A fine luglio Enrica è tornata in Italia e ad inizio agosto se ne sono andate anche la Suora, Diana e Berthine. PANICO!
Ad Ambokala siamo rimaste l’assistente sociale ed io. Tantissime le paure: temere di non riuscire a far nulla, affrontare una nuova sfida, combinare guai, ma prima fra tutte la paura di non riuscire a dire una parola!
In realtà, agosto è volato via e i timori con esso! Ho iniziato a parlare e sto trovando il mio modo di stare con i pazienti, spesso non capendo nulla di quello che tentiamo di dirci, il momento migliore per ridere tutti insieme!

Tutti insieme ad Ambokala

TUTTI INSIEME: pazienti, cuoche, bambini, noi volontari, nessuno escluso!
Una cosa che credo di aver imparato in questi mesi è che spesso siamo portati a guardare queste persone con pietà, quasi come se provassimo compassione per loro. Non credo sia giusto. Loro hanno bisogno di essere trattati come tutte le altre persone, che siano poveri o ricchi, puliti o sporchi, bambini o adulti, sani o pazienti dentro alle celle d’isolamento!
Si, ad Ambokala ci sono le celle di isolamento!!!
TUTTI hanno bisogno di essere trattati allo stesso modo!
Un esempio? Michel!
Appena arrivato è stato messo nella cella di isolamento. Parlava di continuo, sembrava una radio. Alternava momenti in cui era arrabbiatissimo con il mondo e momenti in cui bastava guardarlo e diventava un bambino indifeso.
Avete presente quei bambini con quel visino che guardi e non puoi far a meno di sorridere?!
Così è stato con Michel!
Michel è quello che da dietro le sbarre della cella di isolamento fa “cucù” per farti ridere; è quello che ti sorride ogni giorno appena ti vede, dicendoti: “Ciao amica mia, è da tanto che non ci vediamo, sono felice che tu sia qui!” e magari ci siamo visti il giorno prima; Michel è quello che canta per tutti, se solo glielo chiedi; è quello che va al mercato con la mamma e riesce a farsi voler bene anche da un cane randagio; Michel è questo e tantissimo altro e mai mi permetterei di prenderlo in giro o di guardarlo con compassione, anche perché non ne avrei motivo!
Michel è unico e forse ce ne vorrebbero un po’ di più di Michel al mondo!!
Un abbraccio,
Giuli
P.S.
Quasi dimenticavo la cosa più importante! Il giorno dopo che ho inviato la lettera il mese scorso, Celà, il ragazzino di cui vi ho scritto, si è presentato a casa nostra con la sua mamma ed i suoi fratellini minori. Insomma, è tornato a casa!!!
Vive con la mamma e il suo nuovo marito, che per il momento sembra volerlo in casa e lo porta anche a lavorare con sé!
Prossimo obiettivo?! Ad Ottobre inizia la scuola, chissà, magari ha voglia di cambiare ancora di più il suo futuro!

Manakara, una missione comune

Qui a Manakara abbiamo frequentato la lezione di sport del lunedì con gli ospiti dell’ospedale psichiatrico di Ambokala.

Ginnastica con gli ospiti dell’ospedale di Ambokala

Lorenzo ci ha saputo accompagnare con leggerezza di cuore e ironia facendoci muovere i muscoli, non solo fisici, in sintonia.

 

 

 

 

 

Insieme a Giulia e Chiara abbiamo costruito ponti e strade di speranza, abbiamo respirato il profumo dell’Oceano Indiano, ricevendo così il grande regalo di poter fermarci a contemplare la bellezza dell’infinito e della creazione.

 

Panorama dell'Oceano Indiano a Manakara

 

La Confiserie di Manakara

Abbiamo assaggiato le marmellate vendute nel negozietto della diocesi di Reggio a Manakara, dove si commerciano caffè, saponi, olii essenziali, miele e tanti altri prodotti, frutto del lavoro di donne, altrimenti disoccupate.

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo visitato l’ufficio e il centro culturale di RTM. Ora ci lavorano Enrico e Tania che ci hanno parlato delle difficoltà che incontrano nel provare a cambiare le cose in profondità e nel ricevere finanziamenti per continuare a lavorare con le autorità malgasce su temi di grande importanza.

Abbiamo avuto la possibilità di accompagnare i volontari di RTM a fare una sensibilizzazione sulla cura della malattia della lebbra in un villaggio qualche chilometro più in là, dove ci siamo fatti prendere dai sorrisi e dalla gioia contagiosa dei bambini incontrati.

Giochi con i bambini nel villaggio

Abbiamo conosciuto Luciano che ci ha parlato dei suoi progetti e della sua vocazione, che ci ha trasmesso il senso dell’esserci sempre per gli altri, con umiltà, in silenzio e nell’ombra.

Abbiamo visitato quell’oasi di pace della Ferme di Analabe‚ un posto dove ognuno può dare il proprio contributo, dove può ritrovare il contatto con la bellezza della natura e dove c’è spazio di recupero, di progettazione e di incontro.
Proprio qui, una volta all’anno viene organizzato un campeggio di tre giorni con i ragazzi dei vari distretti della parrocchia di Manakara che‚ finalmente‚ possono stare insieme ed essere bambini, imparando attraverso il gioco. E’ stato un privilegio aver condiviso, anche solo per un giorno, questo momento.

La chiesa costruita da don Giovanni Ruozi con l’aiuto della diocesi di Reggio

Abbiamo visto la luce del Signore nella chiesa nuova di Gesù Misericordioso costruita con tanto amore per volere di Don Giovanni. Nonostante la grandezza della chiesa, ci racconta che alla domenica si può far fatica a trovare un posticino per stare insieme alla comunità e al Signore.
Mentre ci parlava, potevamo sentire la sua gioia, il suo averci messo anima e corpo, la sua umiltà e obbedienza per la preparazione del suo ritorno in Italia.

Presto, anche Damiano avrà la possibilità di iniziare il suo percorso lì. Gli mandiamo un forte e caloroso abbraccio, ringraziandolo per il suo essere sempre pronto a fare e per aver condiviso con noi momenti del campo molto forti che ricorderemo con il sorriso sulle labbra.

Infine, pensavamo che…
forse le persone che abbiamo incontrato qui hanno un filo rosso che le collega, una missione comune: camminare mano nella mano con il Signore, facendo rifiorire persone, piante, animali, ridando la vita, essendo sempre alla ricerca, provando a crescere e maturare, tentando poi di accompagnare anche gli altri in questo cammino.
Ringraziamo il Signore per averci dato la possibilità di fare questi incontri che ci interrogano, ci smuovono e ci lasciano tanta speranza.

Dal Madagascar – ragazzini al mercato, Giulia Farri e Cela’

Luglio 2018

Ciao a tutti!
Questo mese le parole faticano un po’ ad uscire quindi mi affiderò anche stavolta ad una persona,
precisamente un ragazzino, raccontandovi la sua storia, un po’ meno divertente di quella di Ricot!
I due bimbetti che vedete in foto sono Iabelen (il più piccolino) e Celà!

Celà, il protagonista di questa storia, con il suo amico Iabelen

Il “protagonista” di oggi è Celà.
Ha 14/15 anni, nemmeno lui lo sa, strano eh?! Stando qui però scopri che è una cosa usuale non sapere la propria età, spesso anche i genitori non lo sanno e più l’età avanza più è difficile avvicinarsi
alla presunta cifra esatta!
La prima volta che ho incontrato Celà ero
con Enrica al mercato, a comprare il riso per Ambokala, si sono avvicinati lui e un altro ragazzotto sordo-muto per chiederci qualcosa da mangiare, Celà non parlava, faceva solo gesti per farsi capire da noi e dall’amico, fingeva di essere muto anche lui, un po’ per comodità e un po’ per comunicare con il suo compare!
Da quel momento Celà è entrato a far parte di quelle persone che vedi una volta e non ti scordi mai, ha iniziato a venire al centro ragazzi di cui si occupa Lorenzo in cui io faccio servizio al mercoledì pomeriggio, piano piano ho iniziato a conoscerlo un po’ meglio.
Celà fa parte di un gruppo di 5/6 ragazzetti che dorme e vive al mercato, cosa che per la maggior parte dei malgasci è normale, ma che per me non lo sarà mai, faccio fatica a farmene una ragione, bambini da soli al mercato, senza niente se non i pochi vestiti che hanno addosso.
Celà è un ragazzo dolcissimo con un forte bisogno di attenzioni e non manca una buona dose di furbizia come in ogni quattordicenne del mondo.
Un paio di settimane fa è venuto a cercarci a casa perché stava male, aveva la varicella e abbiamo iniziato a curarlo. Per cinque giorni ogni mattina ci incontravamo e gli portavo le medicine della giornata e piano piano è guarito. Una delle ultime mattine ne abbiamo approfittato, l’ho portato con me al centro d’ascolto di Diana e abbiamo cercato di conoscere un po’ la sua storia per provare ad aiutarlo, cercare di capire se aveva ancora un famiglia, se era stato abbandonato o se era scappato. I suoi genitori si sono separati, la mamma vive con un altro figlio e il suo nuovo marito che a dire di Cela è cattivo, lo tratta male e non lo vuole in casa.
Il padre, anche lui risposato con 5 figli, lo abbiamo trovato e siamo riuscite a parlargli…non mi è piaciuto, io non riesco a fare queste cose senza inevitabilmente affezionarmi alle persone, in particolare ad un ragazzino solo che ha un padre che si mette a ridere quando gli dici che il figlio è stato molto malato ed è dovuto venire a cercare noi perché non sapeva dove trovare la sua famiglia e che se gli chiedi se è disposto a riprenderlo con lui se si comporta bene ti risponde “No, lui non va bene!”.
Come?! È tuo figlio, lo hai messo al mondo tu, come fa a non andare bene?! Come fanno lui e la madre a dormire di notte sapendo che loro figlio dorme al mercato da solo, senza nulla e al freddo, che ruba per rivendere ed avere i soldi per riuscire a mangiare!
Abbiamo sperato per un attimo di riuscire a togliere un ragazzino dal mercato, dargli almeno una casa ed un tetto sotto cui dormire ma non è così semplice, stiamo valutando altre opzioni ma si vedrà perché Celà deve essere il primo a voler far qualcosa per cambiare la sua vita perché un’altra cosa mi sconvolge abbastanza: parlando con questi ragazzi capisci che loro al mercato stanno “bene” hanno scelto di farlo, nel limite del possibile, sono ambientati e si sono creati una famiglia tutta loro, ovviamente i lati positivi per loro sono tanti: vivere senza regole, senza orari, senza dover studiare o lavorare e stare tutto il tempo con gli amici giocando e scorrazzando in giro; diventa quindi difficile rinunciare a tutto questo e andare magari in una comunità in cui si studia e si deve stare a delle regole, devono proprio essere loro a volerlo, tu non puoi fare altro che proporglielo e cercare di farli
ragionare sul loro futuro.
In tutta questa storia abbastanza triste, diciamolo, c’è una cosa che mi fa sorridere e che mi piace tantissimo: questi ragazzi sono così legati da essere diventati una vera e propria famiglia, quando Celà aveva la febbre gli sono stati dati dei vestiti pesanti per stare un po’ più coperto, i suoi vecchi vestiti dove sono finiti? Il giorno dopo, dopo averli lavati, erano addosso ad uno dei suoi amici del mercato che prima aveva dei vestiti completamente distrutti e da buttare, anche quando è ora di mangiare, si incontrano e mettono insieme quello che ognuno di loro ha trovato, dal cibo ai soldi che la gente gli dà e si dividono tutto per poter mangiare qualcosa tutti!
Da questo posso proprio dire che è proprio chi ha meno che condivide di più e spesso ti insegna di più! Non sono contenta del risultato, ma ho imparato tanto dalla storia di Celà e so che sarà una di quelle storie che non mi scorderò mai e che mi voglio portare a casa!
Mi sembra giusto condividerla anche con voi sperando che arrivi anche solo una briciolina di quello che ho provato vivendola!
Giulia

In partenza per il campo estivo in Madagascar!

Eccoci qua,
anche se fisicamente non ci siamo mossi molto, se non di qualche chilometro attorno alla nostra città, il cammino in questi mesi è stato lungo e intenso.
Che bello è stato provare a conoscerci e riconoscerci un po’ in quella scintilla che lentamente, ma costantemente, ci brucia dentro!
Sento che ognuno di noi ha tanta voglia e desiderio di comunione, tanta sete di conoscenza diretta che può diventare testimonianza, che apre gli occhi e inevitabilmente ‘slarga il cuore’, come mi disse una volta Padre Danilo.
Emozioni forti e pensieri in circolo oggi in questo aeroporto che ci seguiranno dopo i 7947 chilometri che abbiamo davanti.
C’è soprattutto una frase di una canzone che mi si è attaccata addosso e ora non mi molla più: “Io sarò con te dovunque andrai.”

Ci siamo interrogati in questi mesi sul nostro ruolo durante il campo, abbiamo chiesto quale potesse essere la nostra ‘missione’ e la risposta che alla fine ci siamo dati è il non voler essere supereroi o solamente fare, ma essere umili e provare solamente a STARE. Quest’ultima parola ci ha fatto tanto ridere inizialmente, ma stare dove, come, perché? Poi anche un po’ arrabbiare e impaurire, ma saremo pronti solo a STARE? Siamo davvero preparati a saper accogliere con umiltà, senza giudizio e a cuore aperto tutto ciò che incontreremo?
In qualche importante incontro ho ricevuto parole di luce su questo: guarda negli occhi, soffermati sui particolari, tocca con mano, dài e ricevi quello che riesci, cercalo, non avere timore, contempla e apprezza quei colori così belli e intensi, mettiti in ascolto, parla con chi è stato chiamato a fare scelte forti, raccogli storie, stai, stai e ancora stai lì, nel presente di quello che vivi.
E allora ho capito quanto siano importanti gli incontri, quelli veri ed autentici.

E quindi oggi siamo qui, ci proviamo e ringraziamo per il dono grande di questo viaggio, per questo sorriso di gioia profonda che ci dipinge il viso, che ci fa commuovere e sentire uniti, carichi di aspettative, ma ormai ci siamo… forse siamo pronti ad andare.

I partenti per il campo missionario in Madagascar (09/08-02/09)

Diario dal Madagascar – Gli inizi del nostro cammino

21 giugno 2018 – San Luigi Gonzaga

“Per fare del bene alle anime, bisogna poter parlare ad esse,

e per parlare del buon Dio, e delle cose interiori,

bisogna imparare bene la lingua”

Charles de Faoucauld

 

  • “Manao ahoana ianao?” (come ti va?)
  • “Salama tsara aho! Ary ianao?” (sono in buona salute! Va tutto bene. E tu?)
  • “Tsara fa misoatra” (bene, ti ringrazio)                

Questo piccolo scambio ci aiuta a comprendere molto del modo di fare e di comportarsi dei malgasci. Si, esatto, perché queste poche battute di saluto ci permettono di capire qualcosa della mentalità del popolo del Madagascar: l’importante è essere sempre in buona salute, così come è importante salutarsi tra conoscenti e sconosciuti con rispetto e cordialità. Se poi le cose non vanno proprio così bene (situazione piuttosto frequente), non bisogna dirlo direttamente, ma occorre conservare una patina di serenità e di riconoscenza. Difficile da descrivere e da comprendere questo atteggiamento, ma credo che ci aiuti ad entrare nella logica di questo popolo, così mite, così capace di riconoscenza e di gratitudine (nonostante tutto), eppure cosi fatalista, incapace di programmazione e sospettoso dei cambiamenti. Siamo su un’isola, e seppur molto grande, è pur sempre un’isola; si conosce poco lo straniero,  il mare fa paura, e ancor di più fa paura ciò che c’è aldilà del mare.

 

Prima di partire avevo letto che a causa dell’isolamento fin da tempi antichissimi, oltre l’80% degli esseri viventi presenti in Madagascar sono endemici, cioè sono presenti solo qui! Da un certo punto di vista, credo si possa dire qualcosa di analogo anche per i malgasci, nel senso che l’originalità di questo popolo è evidente.. le tradizioni, le loro credenze, le loro abitudini, li rendono davvero unici, non sono né africani e né asiatici… sono un incontro di popoli!

Chi visita questo paese resta affascinato dai grandi paesaggi, selvaggi e rigogliosi durante tutto l’anno, dalla mitezza della popolazione, dall’accoglienza calorosa… eppure si rimane spiazzati di fronte alla grave povertà diffusa! Perché questa situazione? Perché tanta sofferenza? Perché così poche infrastrutture al servizio della gente: strade, ospedali, dispensari, scuole? Non possiamo rispondere secondo nostra abitudine, cioè cercando le cause e individuandone gli effetti.. in Africa, e credo in particolare in Madagascar, la situazione è molto complessa, non può essere certo sintetizzata o descritta con poche battute. Anch’io, dopo quasi 8 mesi di vita assieme a questo popolo, mi rendo conto del rischio di raccontare solo delle impressioni, di avere la soluzione pronta per mille problemi che affliggono questo popolo; eppure è tutto molto più complicato. Tutto ciò ha anche un aspetto affascinante: nonostante le criticità, nonostante le frequenti precarietà, questo popolo continua a guardare con rispetto al passato e con profonda riconoscenza al presente! Due elementi essenziali, due principi evangelici.. Ecco però, che manca lo sguardo al futuro! Mi sento di dire che uno dei problemi più gravi è proprio la mancanza di prospettive future, e appunto, la poca voglia e disponibilità di pensare all’avvenire.

C’è un immobilismo di fondo da sempre, che paralizza la creatività di chiunque, un po’ su tutti i piani, dall’economia alla cultura.. eppure l’impressione è che ultimamente le cose stiano lentamente cambiando, a partire da fattori negativi ma anche positivi: la popolazione aumenta sempre di più e il cibo scarseggia, i governi costantemente corrotti cominciano a stancare, molti malgasci iniziano a prendersi grosse responsabilità e a non dipendere più soltanto dagli europei (nella Chiesa questo è evidente e molto consolante), e in particolare, la diffusione, sempre più capillare, di internet, che permette ai giovani di capire ciò che avviene aldilà del mare, che le cose si possono fare diversamente da come si sono sempre fatte e da come vengono tramandate da generazioni.

Credo che noi missionari, in nome di Cristo, abbiamo più di altri una grande responsabilità: aiutare la gente a prendere coscienza del proprio futuro, e in particolare nei prossimi tempi aiutarla a governare in modo positivo e sostenibile il possibile e auspicabile cambiamento. Allo stesso tempo, apprendere i punti forti della cultura malgascia: questa giovinezza, questa freschezza, questa incrollabile riconoscenza verso Dio, verso gli antenati e la propria famiglia, per testimoniarli nelle nostre comunità cristiane in Europa, che nonostante i doni di grazia, sembrano sempre più stanche.

Per quanto ci riguarda più direttamente, assieme a don Simone, stiamo vivendo l’ultima settimana di studio della lingua qui ad Ambositra, in montagna (e il fresco comincia farsi sentire). Infatti, già dalla settimana prossima scenderemo a Manakara per restarci definitivamente! Come siamo messi con la lingua? Per quanto mi riguarda, c’è ancora molto da fare e da imparare, nel senso che dopo tanto studio c’è bisogno di mettere in pratica.. questo è evidente dal momento che riesco a farmi capire, ma capisco pochissimo ciò gli altri mi dicono! I malgasci sono molto incoraggianti, ogni volta che abbozzo una frase in malgascio, puntualmente mi rispondono: “efa mahay tsara ianao!”, cioè: “sai già bene!” Ma entrambi sappiamo che la strada è ancora lunga!!

Sono quasi increduli e si mettono a ridere quando si accorgono che il “bianco” prova a parlare in malgascio! Ci hanno sempre visti come dominatori, e i francesi non si sono quasi mai preoccupati di imparare il malgascio (anche perché la pronuncia è quasi incompatibile)! A questo proposito è stato curioso rendersi conto che il malgascio (di campagna soprattutto) non capisce che differenza c’è tra un italiano e un francese! Nel senso che secondo loro, la nazione di riferimento, ricca, che domina, oltre il mare, è la Francia! Noi, come tutti gli altri popoli bianchi, non siamo altro che una tribù francese che usa un dialetto diverso! Un pò come avviene per loro e le loro 22 tribù… Perciò per loro è inconcepibile che un bianco non sappia il francese! Così, quando un italiano non sa il francese, potrebbe significare “poca intelligenza”. Unica eccezione è “Roma”, la capitale del mondo, dove c’è il papa…

Lo studio fiacca, demoralizza, eppure ci rendiamo conto di quanto sia importante per il futuro del nostro servizio! Attraverso l’apprendimento di parole, di modi di dire, entriamo in punta di piedi nella storia e nella cultura di quest’isola. In questi mesi abbiamo comunque avuto la possibilità di viaggiare parecchio soprattutto durante i fine settimana: siamo stati nel profondo sud con tutti i volontari italiani, abbiamo partecipato agli esercizi (predicati da don Giovanni) e fatto un po’ di turismo! Ci siamo affiatati e abbiamo condiviso tanto! È stato molto bello… in questi mesi ho anche avuto la possibilità di celebrare il primo matrimonio e di presiedere le prime comunioni in montagna, ai bordi della foresta! Di quest’ultima occasione vorrei raccontare qualche dettaglio in più: sei ore di strada, tre di moto e tre a piedi, per giungere alla valle di Vohidahy, ad est, al margine della foresta pluviale (o quello che purtroppo ne rimane!). Un paesaggio meraviglioso, a tratti incontaminato, un’accoglienza inaspettata e immeritata… non capita spesso di vedere un sacerdote bianco, cosi alla fine della messa, tutti in fila per fare la foto assieme a me!! Almeno 200 foto singolarmente o a gruppi, e a cui, nonostante l’imbarazzo, non potevo sottrarmi, in quanto mi correvano dietro! Ci hanno portato da mangiare, le anatre in regalo, ci hanno accompagnato nella salita verso casa, ci hanno strappato la promessa di tornare presto a trovarli!  Grazie o Signore perché mi hai aiutato a comprendere ancora di più la preziosità della vocazione che mi hai donato!

Appena qualche settimana prima, per Pentecoste, siamo stati invitati dalla parte opposta, ad ovest! Ho presieduto la messa in una comunità piuttosto numerosa in campagna. Sono rimasto un pò spaesato quando un gruppetto di ragazzi, vedendoci arrivare, sono letteralmente scappati urlando.. non avevano mai visto uomini bianchi! Poco dopo, durante l’omelia, ho accennato alla parola “mare” ma dalle loro facce ho capito che non era un concetto familiare; a fine messa, in tanti mi hanno detto che non si sono mai spostati dal loro villaggio e quindi non sanno che sia il mare, e men che meno sanno che cosa sia un’isola!

Bene! Comunque, assieme a don Simone, siamo pronti per la discesa “mistica” e concreta verso Manakara, la nostra parrocchia, il centro del distretto che ci è stato affidato! Come vi ho già scritto qualche tempo fa la nostra diocesi di Farafangana è ancora in festa: è arrivato il nuovo vescovo Gaetano, che ha già cominciato a visitare le parrocchie e a farsi conoscere da tanti, inoltre appena un paio di mesi fa c’è stata la bellissima e partecipata celebrazione per la beatificazione del martire Lucien Botovasoa! due momenti molto preziosi…

Da queste poche righe capite che cominciamo a prendere consapevolezza della responsabilità che il Signore e la Chiesa ci hanno accordato! Una responsabilità diretta nei confronti delle tante persone che vivono nel nostro distretto, ma anche una responsabilità di testimonianza e di sostegno nei confronti di una vasta diocesi, con sacerdoti e laici, e di un intero popolo…

A proposito, a fine settembre ci sarà l’ingresso in parrocchia di noi nuovi sacerdoti! Grazie a don Giovanni Ruozi che ha lavorato con umiltà fino ad ora e che ci lascia una preziosa eredità. Sarà fortunato chi se lo ritroverà come parroco in Italia il prossimo anno! Grazie mille anche a Diana e Cecilia che dopo anni di servizio ci lasciano e tornano a casa; entrambe con la loro disponibilità ci hanno insegnato tanto. Inoltre… restate connessi… perché per l’ottobre missionario saranno riproposti i videocommenti del Vangelo!!!

D’accordo con il centro missionario tornerò in Italia fra la fine di agosto e la prima parte di settembre. Parteciperò agli esercizi spirituali del Movimento Familiaris Consortio a Sacrofano di Roma, cercherò di riposarmi un po’ in montagna assieme alla mia famiglia e poi, nei giorni settembre sarò a disposizione di chi mi vorrà incontrare, per una serata, una messa a casa o in parrocchia, una passeggiata… Spero di poter rivedere molti vi voi, anche solo per un saluto o una scambio di battute.. anche questa è una grazia che ci è concessa, un incontro potenzialmente fecondo per entrambi!!

Buona estate, un saluto a tutti di cuore! Continuiamo a restare vicini nella preghiera, a servire il popolo di Dio con gratitudine ed entusiasmo, perché si possa realizzare nella nostra vita quella libertà e fecondità che Dio ci ha promesso. Il Signore è buono, non ci abbandona, ci conduce verso una pienezza di vita che può comprendere solo chi vive la logica del dono, solo chi sa rischiare, chi desidera cambiare il mondo a partire da ciò che ci insegna Gesù!

don Luca Fornaciari

Volontari in Madagascar: due nuovi giovani

Due giovani volontari si stanno preparando a partire per il Madagascar quest’estate. Sarà il Vescovo Massimo Camisasca a conferire loro il mandato missionario il prossimo giovedì 31 maggio in occasione della Festa del Corpus Domini che si celebrerà a Reggio Emilia.  Appuntamento quindi in Cattedrale alle ore 19 per la celebrazione della S. Messa, cui seguirà la processione sino in Ghiara.

Ilaria Squicciarini, 19 anni, catechista ed educatrice della parrocchia di Montecavolo, maturanda in Scienze umane al liceo Matilde di Canossa, andrà ad Ampasimanjeva. Per un anno si occuperà dei bambini seguiti dalla Fondation Médicale attraverso la Scuola “Papillon”, che effettua attività ludiche e scolastiche.

Damiano Galavotti, 21 anni, di Carpi, educatore ACR della parrocchia di Sant’Agata della sua diocesi. Ha già toccato la terra malgascia in occasione di due campi di lavoro e ora vi ritornerà per restarci un anno, svolgendo servizio a Manakara, presso la Fattoria Agricola “Saint Francois d’Assis” di Analabè.

Gli abbiamo chiesto di raccontarsi, per conoscerli più da vicino.

una sorridente Ilaria

“Mi chiamo Ilaria, abito in un paesino che per me rappresenta il centro del mondo, Montecavolo. Le mie giornate si dividono tra stalla (dove mi occupo prevalentemente di mucche) e Case della Carità, che frequento in gran parte del mio tempo libero. So che non è proprio da tutte le ragazze della mia età avere queste aspirazioni, ma uno dei miei sogni più grandi è quello di gestire un’azienda agricola oltre ad avere una famiglia numerosa. Tra i grandi progetti che ho nel cuore, c’è anche quello di iscrivermi all’Università e studiare per crearmi un futuro che si basa sul sociale e sui bambini.

La possibilità di andare in missione è sempre stata nella mia testa, fin da quando ero bambina, poi è cresciuta frequentando le Case, infine si è fatta più chiara e seria parlando con una persona a me cara che mi ha incoraggiata e spronata a vedere oltre i limiti che mi creavo. In realtà, non ho deciso io di partire per il Madagascar, le mie idee erano ben altre. Inizialmente ero molto attratta dal Brasile ed era quasi diventata una fissazione; però poi la vita è imprevedibile ed il Signore ci sottopone a delle scelte e a delle occasioni che vanno prese così come sono, senza farsi domande, perché Lui le ha progettate giusto per noi. Quindi, sì, andrò in Madagascar per un anno intero svolgendo il servizio che mi è stato chiesto. Non so cosa aspettarmi da questa esperienza. Ho molte preoccupazioni, so che non mancheranno difficoltà e complicazioni da affrontare, sarò però pronta a trovare tutte le risposte di cui ho bisogno. Mi lascerò stupire da ogni minima cosa, mettendomi a disposizione di ciò che avrò davanti. In fondo, in missione si fa quello di cui c’è bisogno, ed io sono pronta a farlo.

Le motivazioni della partenza nel corso del tempo crescono e cambiano. In certi momenti la motivazione è così grande che mi fa mettere in discussione tutto ciò che mi circonda.  Dato che la partenza si avvicina, ai miei amici vorrei solo dire: grazie. Grazie per avermi capito e per non avermi giudicata, perché so che al giorno d’oggi non è proprio una scelta facile da prendere. Mi auguro di ritrovarli al mio fianco tra un anno, perché certi legami sfidano il tempo e la distanza”.

Ilaria Squicciarini

 

Un sorridente Damiano

“Mi chiamo Damiano, abito nella campagna carpigiana con la mia famiglia e mi sono diplomato presso l’ITIS di Carpi in “Elettronica ed Elettrotecnica”. Spero un giorno di trovarmi un lavoro che mi soddisfi e sogno per il futuro di crearmi una famiglia tutta mia.

L’esperienza di mio padre, che è stato in missione per diversi anni e in diversi Paesi, e quella dei miei zii che lavorano per Reggio Terzo Mondo, mi ha aiutato ad avvicinarmi al mondo missionario e a maturare la scelta di partire. Era il 1982 quando mio padre partì la prima volta per il Madagascar come obiettore di coscienza (con RTM) in alternativa al servizio militare. Io ci sono andato due volte, per periodi brevi: sia nel 2016, accompagnando mio zio per svolgere lavori di manutenzione nella capitale, Antananarive, e nel 2017 a Manakara, una cittadina a Sud-Est del Madagascar che si affaccia sull’Oceano Indiano. E, come si suol dire, non c’è due senza tre… A parte gli scherzi, penso che il fatto di tornare una terza volta e fare un periodo più lungo sia un modo per vivere a pieno la missione. Vedo questa opportunità come un modo di mettermi alla prova. E da questa esperienza mi aspetto di tornare cambiato, più responsabile, più consapevole dei miei limiti e delle mie qualità.

Penso che queste esperienze di servizio possano fare solo un gran bene, perché t’insegnano a vivere con l’essenziale. Auguro quindi a chiunque ne avesse la possibilità… di non avere paura di osare”.

Damiano Galavotti

le case antiche di legno e frasche e quelle più moderne con il tetto di lamiera

Siamo fortunati! Giulia Farri è giunta a destinazione

Questo mese sono arrivata a Manakara, ho conosciuto la mia nuova comunità e ho iniziato il mio servizio al Villaggio Terapeutico di Ambokala, servizio che prevede di uscire con l’assistente sociale per andare a visitare le famiglie dei malati che si curano a casa e di quelli che sono stati dimessi, questo comporta entrare nelle loro case ed entrare un po’ anche nelle loro vite.
Quando ero in Italia mi era stato detto che sarebbe stato un privilegio poter fare queste visite ed ora, anche se è stato per due volte soltanto, ho capito molto bene il perché.
Qui hanno sempre un sorriso dolce e gentile da donarti, molte persone vivono in case di legno magari anche in 5/6 con una sola stanza che fa da cucina, sala da pranzo e camera da letto, però hanno sempre qualcosa da offrirti anche chi, magari, una casa nemmeno ce l’ha.
Quindi io ve lo voglio dire.
Siamo fortunati!
Siamo fortunati perché abbiamo una casa in cui tornare,
siamo fortunati perché abbiamo un tetto per ripararci dalla pioggia,
siamo fortunati perché abbiamo la possibilità di curarci,
siamo fortunati perché abbiamo un letto in cui dormire,
siamo fortunati perché abbiamo tutti i giorni qualcosa da mangiare,
siamo fortunati perché abbiamo un bagno,
siamo fortunati perché abbiamo una doccia, anche se ha solo acqua fredda,
perché qualcuno non ha neanche quella!
Siamo fortunati perché abbiamo una famiglia da cui tornare,
siamo fortunati perché anche se facciamo degli errori questa famiglia ci accoglie sempre a braccia aperte,
siamo fortunati perché anche se qualcuno una famiglia non ce l’ha, ha degli amici su cui fare affidamento,
siamo fortunati perché tutti al mondo abbiamo almeno una persona che ci ama con i nostri pregi e i nostri difetti,
siamo fortunati perché la maggior parte di noi, nella vita, ha incontrato persone che l’hanno aiutata a crescere,
siamo fortunati perché anche chi non c’è più nel nostro cuore resterà sempre!
Quindi c’è poco da fare, siamo fortunati!
Impariamo a sorridere e a gioire di quello che abbiamo, e se ci sembra di avere poco
ricordiamoci che nel mondo ci sono tantissime persone che hanno meno di noi
ma sanno donarsi completamente!
E infine siamo fortunati perché qualcuno ci ha donato questa vita,
e non ce l’ha data per noi stessi ma per donarla agli altri!
Dobbiamo essere grati perché diciamocelo: la vita è meravigliosa!

Giulia Farri

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Auguri!

Buona Pasqua a tutti i missionari

Auguri!Carissimi missionari,

la Settimana Santa è un invito a tornare al cuore della nostra fede, della nostra vita, del nostro ministero: seguire Gesù e lasciarci santificare da Lui per essere così resi segno trasparente di un affascinante mistero di grazia, l’amore che è Dio, l’amore che solo sa donare salvezza a noi e a tutti i nostri fratelli.

Dopo gli incontri avuti con voi lungo questi mesi, desidero vivere la liturgia che in questi giorni celebreremo in angoli diversi del pianeta come un momento di comunione con ciascuno di voi e di tutti noi insieme, come il “luogo” in cui poter condividere le gioie e le preoccupazioni che portate nel cuore. Nell’Eucaristia siamo tutti uniti, ovunque ci troviamo. Accogliere, custodire e accompagnare interiormente la vita delle comunità affidate ai missionari è fonte di un’intima riconoscenza capace di allargare lo sguardo e di suscitare un rinnovato senso di responsabilità. Condivido volentieri alcuni dei motivi concreti che mi spingono a rendere grazie al Signore Dio.

Nel nostro cammino stiamo vivendo una nuova primavera in Madagascar di cui sono profondamente grato. I segni in cui essa brilla sono la nomina di mons. Gaetano a vescovo della Chiesa di Farafangana, la beatificazione di Lucien Botovasoa e la presenza di tanti giovani che si stanno “regalando” un anno per imparare a camminare con il popolo malgascio e a servirlo nel nome di Gesù, l’accoglienza dei missionari che sta permettendo ai “nostri” ragazzi di vivere quest’esperienza “facendo casa” tra le famiglie malgasce.

La mia riconoscenza abbraccia poi tutti coloro che, lungo gli ultimi cinquant’anni, hanno vissuto la loro missione nella diocesi di Ruy Barbosa. La nostra Chiesa è davvero sorella di questa Chiesa: è stata fatta una “semina” generosa che ha portato e continuerà a portare un frutto abbondante, nella nostra vita come nella loro. Ora ci è chiesto di vivere un importante momento di discernimento che focalizzerà l’attenzione sia attorno all’apertura di una nuova presenza missionaria in Amazzonia, sia attorno al futuro della Casa di Carità di Rui Barbosa. Al fine di verificare la fattibilità della prima ipotesi, il prossimo giugno visiteremo le diocesi che ci hanno invitato. Sarò accompagnato da alcuni sacerdoti che hanno dato la propria disponibilità ad aprire questa nuova missione. Lo sguardo è sospinto verso quest’affascinante orizzonte dall’invito di papa Francesco che ha indetto un Sinodo speciale per l’Amazzonia, dalle indicazioni della Conferenza Episcopale Brasiliana e dal desiderio dei nostri missionari che per anni hanno donato la vita in Brasile. Invito tutti a invocare il dono dello Spirito Santo perché la riflessione della nostra Chiesa, su entrambi i fronti, possa esser illuminata e guidata dal Signore.

Vi chiedo di ricordare nella preghiera anche la nostra missione in Albania: oggi è animata dal lavoro di suor Rita e di suor Grazia e rafforzata dalla disponibilità della famiglia Marina delle Case della Carità e dall’invio di suor Maria Angelica. Tutta la Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla è profondamente grata di questa preziosa presenza! La testimonianza di Virginia e Federica, due missionarie da poco rientrate, ha confermato, ancora una volta, la ricchezza che scaturisce dalla nostra attività in Albania. Rafforziamo la nostra preghiera perché maturi il dono di un sacerdote e altri laici che possano continuare a “parlare di Gesù” ai nostri fratelli albanesi.

Durante il tempo di Natale ho incontrato insieme al Vescovo Massimo i nostri missionari in India. Mi ha impressionato il contrasto così forte, quasi violento, tra una miseria terribile e un’ostentata ricchezza. Santa Madre Teresa di Calcutta interceda presso Dio perché, a tutti coloro che sono impegnati in terra indiana, sia donata la grazia di perseverare nel testimoniare la gioia di amare Gesù riconosciuto e servito nelle persone che sono ai margini della vita.

Infine ricordo che quest’anno la diocesi di Kibungo, dove si trovano le Case Amahoro, compie trent’anni e nel 2019 sarà visitata dal nostro Vescovo. Uniamoci in preghiera perché il cammino iniziato dalla nostra Chiesa continui: un’opera di pace radicata nel servizio ai più piccoli.

Sono tanti gli avvenimenti che ci portano a riconoscere che davvero il Signore risorto cammina in mezzo a noi! Guardiamo a Lui, fissiamo il nostro sguardo su di Lui, è Lui la nostra forza, il solo che può far sorgere e ri-sorgere continuamente in noi il desiderio di partire, di annunciare, di condividere la nostra vita. Questa verità della nostra fede è grande, è affascinante, è splendidamente umana!

Auguro a tutti e a ciascuno di lasciarsi immergere nella vita nuova di Cristo Risorto!

don Pietro Adani

lbania e testimonia alla veglia missionari martiri 2018

La testimonianza di Federica Menozzi, rientrata dall’Albania, alla Veglia Missionari Martiri 2018

Virginia Beltrami, rientrata dall'Albania, testimonia alla veglia missionari martiri 2018

La testimonianza di Virginia Beltrami, rientrata dall’Albania, alla Veglia Missionari Martiri 2018

riunione di gruppo all'ospedale di Ambokala

Non è facile trovare le parole

Non è mai facile per me trovare le parole o anche solo il modo di raccontare cosa significhi trascorrere un pezzetto di vita in questa esperienza.  Ma c’è un gioco che ultimamente propongo durante le cene o i momenti di svago insieme ai volontari italiani CMD e RTM di Manakara, consiste nel quantificare: dare un numero o una quantità a domande piuttosto improbabili… Es Quanti maglioni di lana si possono realizzare con la tosatura di una pecora??

Bene, visto che mi riesce piuttosto bene, ho pensato di dare un po’ i numeri:

riunione di gruppo all'ospedale di AmbokalaSono una decina le attività che si susseguono ad Ambokala, il villaggio terapeutico per riabilitazione mentale, e sono 20 più o meno i malati a cui propongo la ginnastica mattutina il lunedì (al netto di qualche audace pigrone che si riesce ad imboscare e a saltarla). Chi di noi maschietti non ha mai pensato almeno una volta alle superiori di intraprendere la carriera di Professore di ginnastica, beh ragazzi, io ci sono arrivato… ho anche il fischietto!!

Poco distante da Manakara lasciata la strada principale e dopo un paio di km di strada di terra battuta tra le colline troverete Analabe. È prima di tutto una rigogliosa azienda agricola dove trovano lavoro 40 uomini e donne con un passato difficile in cerca di riscatto. Proprio l’altra sera in una “conference call” con alcuni amici d’infanzia mi è stato chiesto quali fossero i mezzi agricoli a disposizione della fattoria… la risposta è stata 80 braccia forti e 2 Zebu (torelli) da tiro. Ma è sbalorditivo cosa possano fare. Capita spesso che sia io l’unico viso pallido in circolazione, ma non immaginatemi passeggiare con il panama e i pantaloni bianchi per le piantagioni di pepe rosa!! Sono fondamentalmente l’ultimo arrivato e come tale al servizio della Farm, mi inserisco dove vi è necessità. Le redini della Farm sono salde nelle sapienti mani di Luciano Lanzoni e dei Servi della Chiesa.
Ora, io non ho ancora capito se Luciano sia un visionario luminare o un folle furioso… fatto sta che diversi saranno i milioni d’Ariari che la Farm perderà in bilancio dopo che mi è stato assegnato il compito di badare alla contabilità.

I due taglialegna malgasci a Manakara

Qui Joseph e Bapasy fare coppia nel taglio della legna. Che c’è di strano in questo duo?? Nulla a parte che Bapasy è un taglialegna completamente ceco e il suo aiutante Joseph un ex malato di Ambokala con interessantissime ipotesi di come si sia formato l’universo. Dovreste vederli lavorare insieme!!

 

6 sono i lavoratori volenterosi che a fine giornata desiderano imparare l’italiano e a cui sto insegnando, prossime allo 0 le possibilità di riuscita.

Una (sporca) dozzina in aumento sono invece i bimbi che frequentano il nuovissimo centro ragazzi nato per dare un riferimento a quei bambini che non ne hanno nessuno come quelli per esempio che vivono al mercato. Il progetto comincia a funzionare e il secondo passo sarà dare una possibilità a questi bimbi, magari reindirizzandoli a scuola. I pomeriggi al centro ragazzi passano veloci, almeno 15 saranno le partite di memory fatte negli ultimi pomeriggi… solo 1 di queste mi ha visto vincitore. In compenso sto diventando un campione di domino!!

Avete una calcolatrice a portata di mano?? Allora prendete il vostro peso (71 Kg il mio) e dividetelo per la vostra altezza (1.75 m) una prima volta, poi una seconda es:   71 : 1,75 : 1,175 = 23,2

Secondo il criterio della Croce Rossa che opera nei carceri in Madagascar se il tuo coefficiente è inferiore di 18,5 sei denutrito, se è al di sotto di 16 sei fortemente denutrito. Io non lo sono affatto, e scommetto anche voi.

Il carcere di Manakara conta ad oggi 673 detenuti, 147 sono i denutriti di questi 16 gravi. Il venerdì mattina posso quindi aiutare le suore Nazzarene di Manakara a distribuire i pasti (finanziati dalla croce rossa) ai detenuti denutriti. Non è un servizio facile, ma devo ammettere che lo apprezzo sempre di più… aiutare in questa distribuzione è anche un pretesto per poter entrare e rendersi conto di alcune situazioni. Non ho intenzione di togliere il sorriso a nessuno per ciò non racconterò cosa ho visto dentro quelle mura e delle situazioni semplicemente indigeribili. A qualche d’ una mi piacerebbe porre rimedio, è stato lampante per esempio accorgersi della quasi totale assenza di acqua a disposizione dei  carcerati. Fortunatamente ho ricevuto i permessi e a breve potremo procedere con la costruzione di un pozzo a disposizione dei detenuti.

Poi c’è Stararano un centro per bambini con ritardi mentali, è una struttura anche in questo caso gestita dai Servi della Chiesa e per quanto sia un bel posto immerso nel verde con dormitorio scuola e tanto spazio per fare attività come l’ allevamento e la coltivazione è situato in un posto piuttosto isolato. I 19 bimbi amano quindi molto ricevere visite, e il venerdì pomeriggio sono felice di trascorrerlo con loro.

La nostra passione è fare i puzzle (anche se non é tutto cosí rapido come si puὸ pensare), e il preferito indiscusso è uno di Biancaneve di 44 pezzi.

E ora un pό di numeri sparsi:

  • 3 i membri volontari (razza Homo sapiens) di cui è composta la mia comunità me incluso, presto perὸ il numero salirà a
  • 46 Orario della mia sveglia.
  • 00 Orario della messa (tranquilli, ce la faccio quasi sempre).
  • 4 almeno sono i secchi d’acqua che ogni mattina vanno attinti al pozzo, purtroppo spesso l’acquedotto infatti chiude i rubinetti.
  • 4 le ruote forate e sostituite… fortunatamente 2  erano della bicicletta.
  • 2 i cicloni tropicali per ora passati, fortunatamente solo di striscio, per Manakara.
  • 1 è il serpente visto ad Analabe e che mi ha terrorizzato.
  • 4 i mesi dal mio ritorno in Madagascar dopo l’anno di servizio civile svolto per RTM.

Non so se sono riuscito a convincervi, ma posso garantirvi che questo è un bel momento di vita, e ringrazio il regista lassù per questo.

P.S.:se a qualcuno fosse venuto in mente che questo “dare i numeri” avesse qualche legame con qualche mia affinità alla matematica si sbaglia… la mia media in questa materia  ai tempi era di poco maggiore al numero dei mesi del mio ritorno.

Lorenzo.

Enrica SAlsi ed un giovane malato

Con i malati da fratelli

La testimonianza di Enrica Salsi, missionaria laica in Madagascar

Il missionario fidei donum  (“dono di fede”) compie 60 anni. Nati dall’Enciclica Fidei Donum di Pio XII del 1957, i fidei donum sono sacerdoti, diaconi e  laici diocesani  inviati a realizzare un servizio temporaneo in un territorio di missione dove già esista una diocesi, con una convenzione (in genere triennale e rinnovabile) stipulata tra il vescovo che invia e quello che riceve.

Il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium ha chiarito e illuminato ulteriormente la posizione dei fidei donum dicendo che la missionarietà non è più relegabile a un particolare carisma di singoli, ma fa parte della carta di identità del cristiano, del cosiddetto “ Popolo di Dio”, cioè di tutti i battezzati, in quanto vede la sua radice nel mistero di comunione della Trinità e nel Battesimo. Tutto il Popolo di Dio, nella diversità dei ministeri, ha dunque il dovere fondamentale di uscire da se stesso verso il mondo per annunciare il Regno di Dio.

Nei decenni seguenti la missione dei fidei donum è diventata una sorta di collaborazione tra chiese sorelle, di scambio di doni. Non più soltanto la necessità/urgenza di portare il Vangelo a chi non lo conosce, ma piuttosto il voler camminare insieme, da chiese sorelle per rafforzare l’unità e la testimonianza della Chiesa universale.

“Annunciare il Regno, dare la certezza che Dio è Padre buono e ti ama, soprattutto a chi ha tante buone ragioni per dubitarne…”. Ecco, più o meno pensavo questo quando nel 2010 ho chiesto al Centro Missionario di Reggio e al vescovo della diocesi di Farafangana, il permesso di rimanere con gli ammalati dell’Ospedale psichiatrico statale di Ambokala.

distribuzione alimenti all'ospedale di AmbokalaDistribuzione alimenti all’Ospedale psichiatrico di Ambokala
Ero arrivata in Madagascar nel 2008 e nei primi due anni avevo lavorato con l’Ong RTM in un progetto sanitario. Nei weekend, insieme ad un’altra volontaria, andavo a fare visita a questo accampamento di ammalati. Poi con una suora ed alcuni scouts abbiamo iniziato a festeggiare il Natale, la Pasqua e le feste più importanti in ospedale; ma mi sembrava poco, troppo poco perché la nostra piccola presenza potesse fare assaporare un po’ della predilezione che il nostro Padre ha per tutti i suoi figli. Così ho deciso di rimanere a tempo pieno qui. Insieme a Berthine, una serva della chiesa, come prima cosa abbiamo organizzato una mensa. Poi, dopo qualche anno, sono arrivate le suore trinitarie di Valence e ci siamo costituiti come “Aumônerie Catholique des malades d’Ambokala”, ottenendo un accordo di partenariato con il Ministero della Salute malgascio.
Oggi il nostro servizio quotidiano è accogliere e sostenere gli ammalati e le famiglie che non hanno i mezzi per accedere alla cure, accompagnarli nella riabilitazione psichiatrica organizzando molteplici attività di ergoterapia e piccoli inserimenti lavorativi. Ma soprattutto vogliamo stare insieme agli ammalati. Da fratelli. Nessun maestro. Noi missionari abbiamo certamente mezzi che ci permettono di dare un grande sostegno economico, ma è anzitutto lo stare insieme, l’ascoltarsi, il condividere i tanti momenti della giornata che dà un sapore di famiglia a chi è stato abbandonato e costituisce il primo passo per ritrovare fiducia nel proprio valore e percepire significativa la propria vita. Solo se c’è qualcuno che ti cerca, che ti aspetta e che ti ascolta può rinascere la fiducia in un Padre Buono che ti vuole bene… Questo è un linguaggio che tutti i dialetti e tutti i credo religiosi comprendono. Altrimenti parlare di Cristo rischia di rimanere un’astrazione.
In questi anni abbiamo accolto e siamo stati accolti da più di 700 ammalati.
Quando un ammalato entra in ospedale, la dottoressa ha l’abitudine di chiedergli “quale è la tua fede?”, e non di rado c’è chi risponde “beh… la vostra!”, senza neanche sapere quale sia “la nostra”. Si mettono le mani avanti, tristemente abituati che per essere aiutati prima si deve fare la “tessera” da cristiano o da musulmano… Allora riflettevo con la suora quanto sarebbe invece bello che accadesse il contrario: che dall’accoglienza nella libertà e dall’amore che noi dimostriamo, la gente uscendo dall’ospedale pensasse: anche io voglio seguire Cristo.
Una sera, tornando a piedi dall’ospedale, ho incontrato Olga, una donna sui 25 anni che insieme ai due figli più piccoli, porgeva la mano per chiedere l’elemosina. Mi ha colpito perché tutti i malgasci che conosco hanno paura del buio. “Non hai paura, in giro a quest’ora?” le avevo chiesto.” E tu, allora?”mi aveva risposto in tono di sfida. “Sei tu che hai qualcosa da farti rubare, che dovresti avere paura… Io tanto non ho niente”. Nel tempo siamo diventate “amiche”: l’ho aiutata ad aprire un banchetto di verdure, poi di dolcetti, ma nulla è mai durato più di un mesetto. Le affidavamo qualche lavoretto saltuario, ma lei ha sempre continuato anche il mestiere di elemosinante. Abbiamo fatto spettacolari discussioni su quelli che lei chiamava: “ny zon’ny mpanagataka” cioè “ i diritti delle elemosinanti”. Nella nostra “amicizia” mi raccontava anche un sacco di balle. Per ben due volte mi ha convinto ad aiutarla a trasferirsi a Tamatave per poi convincere l’autista, una volta fuori città, a farsi restituire i soldi e tornare a casa a piedi con i quattro figli. Me la ritrovavo sempre lì, senza riuscire a cambiarla, né ad aiutarla davvero… Mi arrabbiavo, ma poi ricominciavo ad invitarla a mangiare con noi…
Un giorno Olga è arrivata in lacrime e mi ha raccontato che suo figlio minore era stato rapito da dei trafficanti di bambini, che le avevano chiesto un riscatto di 80.000 ariary (equivalenti a circa 30 € al tempo). Doveva sotterrare i quattrini presso le pile di un ponte sulla strada Nazionale a sud della città. Mi ha portato addirittura la lettera che le era stata recapitata e ha chiamato gli altri figli a testimoniare la sua versione. E’ rimasta tutta la notte sotto casa nostra. Le ho proposto di andare insieme dalla polizia, ma non ha accettato e ha inscenato anche un malore. Sapevo che la storia era inverosimile e il mio cuore era molto ferito. Dopo due giorni ha ammesso di aver inventato tutto per i soldi. Poi se n’è andata, consapevole di aver passato davvero il segno e tradito del tutto la mia fiducia.
Quando l’ho rivista, qualche mese dopo, era seminascosta nel vialetto di casa. Con la testa bassa mi ha sussurrato un “mi dispiace, mi vergogno per quello che ho fatto”. Il suo figlio maggiore era ammalato e cercava aiuto… ma non pensava di ottenerlo. Quando ha capito che l’avrei aiutata e anche riaccolta a fare qualche lavoretto era incredula e prima di andare mi ha guardato con serietà e mi ha detto una frase, che ancora ricordo. Tradotta letteralmente faceva così: “Fa pensare e fa meraviglia il perdono e la pazienza del vostro Dio”.
Il missionario laico fidei donum è uno che ama stare con la gente attraverso il suo lavoro quotidiano, nei momenti di riposo, che non ha fretta di correre nei suoi appartamenti, ma piuttosto accoglie l’invito in casa d’altri, si toglie le ciabatte sulla soglia e accetta di sentirsi straniero per diventare fratello.
Da missionaria laica donna, so di essere privilegiata perché già di partenza faccio parte degli ultimi all’interno della chiesa. Lontano dalle posizioni di potere, parti in vantaggio per vivere da sorella con gli ultimi.

Enrica Salsi