Pandemia alcolica e difficile rientro a casa in India

 

I giornali di ieri riportano questa notizia dall’India: “Il dipartimento governativo del Maharashtra (lo stato di Mumbai) India, ha rilasciato oggi una circolare per consentire la consegna a domicilio dei liquori con alcune linee guida e precauzioni che devono essere seguite durante la consegna in questo tempo di blocco nazionale in corso per combattere il nuovo focolaio di coronavirus nel paese.

La mossa arriva al fine di evitare che i residenti si affollino fuori dai negozi durante il blocco”.

Il problema dell’alcolismo in India è ai massimi livelli e ne pagano le conseguenze gravi le famiglie in cui la violenza di chi consuma alcol si esprime a gravissimi livelli di disagio e di violenze domestiche.

Certo ci sono guadagni ingenti dei negozi che vendono solo liquori e che continuano a fiorire ovunque e che sono tassati dal governo centrale e locale, apportando notevoli introiti alle casse dei governanti.

“Il proprietario del negozio di liquori nel corso della consegna a domicilio dovrebbe anche assicurarsi che la persona incaricata della consegna utilizzi maschera e disinfettante a intervalli regolari, ha aggiunto il dipartimento delle accise dello stato”.

In una nazione che fa fatica a garantire le mascherine per gli ospedali e infermieri sul territorio è di certo una notizia che farà riflettere e discutere. Nel frattempo i casi in India sono cresciuti a 74.281 (numeri che probabilmente non corrispondono alla reale situazione della nazione).

Difficile ritorno ai villaggi di origine

“E’ qualcosa che spezza il cuore: la mia gente che cammina verso casa e che muore mentre cerca di tornare a casa”. È il commento del card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, sulla situazione dei milioni di lavoratori migranti in India. Per la quarantena (“lockdown”) imposta a tutto il Paese dal 24 marzo, oltre 120 milioni di lavoratori a giornata si sono trovati senza lavoro, senza paga, e quindi senza cibo e senza un tetto. Molti di loro hanno cercato di raggiungere i loro villaggi d’origine a piedi, essendovi il lockdown anche per i trasporti. In questo quadro, tre giorni fa è avvenuta la tragedia ad Aurangabad, dove un gruppo di migranti [la cifra ufficiale è 15-ndr] è stato travolto da un treno merci mentre essi riposavano lungo i binari. Avevano già camminato per quasi 40 km e dovevano percorrerne 800 per giungere ai loro villaggi in Madhya Pradesh. “Piango con tutto il cuore questa tragedia – dice il porporato – che ha strappato via le vite di 15 persone esauste per il loro camminare”.

Il card. Gracias, che è anche presidente della Conferenza episcopale dell’India, guarda a tutto il Paese: “Quella dei lavoratori migranti, questa mia gente, è una sofferenza senza fine. Essi continuano a rimanere abbandonati in questo lockdown: senza lavoro, o cibo, nessuna sicurezza sociale, senza un tetto, senza speranza. Essi non sanno nemmeno che futuro li aspetta. La quarantena li ha gettati in più profonde privazioni ed emarginazione. A livello locale governo, chiesa, ong e privati stanno aiutando”. 

Il governo sta cercando di organizzare il ritorno a casa di migranti con treni speciali, ma il loro numero è esiguo in confronto al bisogno. Le autorità hanno anche promesso cibo e denaro per i disoccupati nelle città, ma la distribuzione non avviene in modo continuo ed uniforme. “Prego Dio – dice il cardinale – perché tocchi il cuore di tutti gli interessati: perché comprendano la condizione di questi migranti, la sentano propria”.

Nell’arcidiocesi di Mumbai, il Centro di azione sociale (Csa) sta coordinando i lavori di aiuto ai migranti. Quasi tutte le parrocchie e istituzioni di diverse congregazioni hanno messo in atto un progetto che riesce a sostenere 75mila famiglie. A questo si aggiunge la distribuzione quotidiana di cibo per diverse migliaia di persone.

Grazie a tutti i contatti del Csa, si riesce a rispondere in modo efficace e veloce. Ad esempio, giorni fa il Csa ha ricevuto una segnalazione di un gruppo di migranti del Rajasthan bloccati a Jogeshwari East (un quartiere di Mumbai). Questa gente lavorava nell’industria del marmo, ma ora ha perso il lavoro ed era affamata. Il Csa ha contattato i padri verbiti che gestiscono il Gyan Ashram, proprio vicino a Jogeshwari East e grazie ai loro volontari hanno potuto portare un pacco di razioni ai migranti. (AsiaNews) 

 

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