Tonga soa!

Sono atterrata in capitale a Tanà il 14 novembre, ero sola, con due valige enormi e una terza valigia immaginaria, altrettanto grande, piena di emozioni.
Sono partita piena degli abbracci e dei sorrisi delle persone a cui voglio bene, abbracci che hanno il sapore di una promessa non detta, di ricordarsi a vicenda nella comunione. Mi sono sentita completamente accompagnata da ogni persona che ho salutato e che mi ha ricordato con un pensiero o una preghiera.

Dopo un attimo di spaesamento in aeroporto sento dire “Tonga soa Irene!” (ben arrivata!), la Chiara e suor Giacinta erano pronte ad accogliermi. Ed eccomi in Madagascar.
Per motivi organizzativi in questo primo tempo ho dovuto spostarmi spesso e i viaggi in macchina qui sono lunghi a causa delle strade malmesse. Il lato positivo è che ho potuto vedere in pochi giorni già diverse realtà.
Sono stata in capitale, dove la ricchezza e la miseria sono vicine di casa; poi sono scesa verso Ambositra, una piccola città più a sud dove il paesaggio è più collinare e la ricchezza non c’è più. Qui sto studiando la lingua. Infine sono stata ad Ampasimanjeva, dove starò per il resto del mio tempo qui, un villaggio nel mezzo della foresta. Qui la gente abita nelle capanne e vive con quello che ha.

La cosa che ho notato subito in questi giorni sono gli sguardi delle persone, tutti fissano perché è strano vedere un “vazaha” (straniero), alcuni sono spaventati, altri sfacciatamente ridono. Sentirsi straniero è una sensazione brutta che fa capire quanto si può ferire anche solo con uno sguardo.
D’altra parte, una volta che riesci a scambiare due parole con le persone, la barriera iniziale cade e si possono vedere i sorrisi sdentati che mostrano come, anche se manca qualcosa, abbiano tutto il necessario per sorridere.

Vi ricordo nella preghiera.
A presto!
Irene

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