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Un saluto e gli auguri da Ruy Barbosa

Ruy Barbosa, 22/12/2019

IV domenica di Avvento

Carissimi tutti,

è da tempo che non scriviamo, ma adesso vogliamo raggiungervi tutti per fare i nostri più sinceri auguri di Buon Natale e Buon Anno 2020!

Qui è estate, la temperatura supera i 30 gradi ed è tempo di vacanze estive. Il Natale è un po’ diverso da come si vive in Italia…

Ringraziamo il Signore per questo anno, in cui ci ha donato di camminare come Casa in questa Chiesa, in questa parrocchia. Abbiamo camminato con il Consiglio di Casa, che continua a trovarsi circa tutti i mesi, abbiamo camminato con gli ausiliari facendo un primo anno di formazione per ricevere il Crocifisso, e abbiamo vissuto due giornate di Spiritualità, una in aprile e l’altra in I dicembre, aperte a tutta la Diocesi, per fa conoscere la Casa e la spiritualità delle Tre Mense. Abbiamo visto persone nuove arrivare per conoscerci e qualcuno prendersi un qualche impegno nella vita di Casa. Ringraziamo per le giovani che sono state o sono qui: Leidiane, che ha vissuto un’esperienza di leva di otto mesi, Gleide che ha terminato in maggio un tempo lungo passato qui in Casa, e Isabela che ha iniziato la leva in ottobre per un anno.

Ringraziamo per le visite dall’Italia: d. Filippo con Sara, sr Katia con Fabio, d. Pietro Adani con Stefano “il pagliaccio”, sr. Antonella con Elisa, e per il mese che Giada ha passato qui con noi!

In questo anno abbiamo salutato d. Gabriele Burani, che è tornato in Italia per partire per il nuovo fronte missionario in Amazzonia, e d. Luca Grassi, adesso parroco in centro a Reggio Emilia.

Abbiamo avuto varie visite di preti reggiani che sono stati missionari qui e che sono venuti a “matar a saudade” (“ammazzare la nostalgia”): d. Gigione che ha accompagnato il campo estivo del Centro Missionario Diocesano, d. Gabriele Carlotti in partenza per l’Amazzonia, e la scorsa settimana d. Luca Grassi con d. Riccardo Cammellini, che erano stato invitati per la festa dell’Immacolata, nella parrocchia dove era d. Luca, e d. Gabriele Burani, che è venuto dall’Amazzonia per l’Ordinazione sacerdotale di Fred, un ragazzo della parrocchia di Ipirà, dove lui era parroco.

E’ stato anche un anno particolare per la nostra Diocesi di Ruy Barbosa, che ha festeggiato i suoi 60 anni di vita, insieme ai 25 anni di episcopato del nostro Vescovo dom André. L’evento diocesano con cui si è festeggiato tutto ciò è stata il Pellegrinaggio Vocazionale il 25 agosto in un paesino qui vicino, Alagoas.

In maggio sono stati ordinati diaconi Claudio e Fred, che in questo mese di dicembre sono stati ordinati sacerdoti, Claudio il 7 dicembre nella sua parrocchia di Miguel Calmon e Fred il 21 a Ipirà.

Entrambi hanno scelto di celebrare, dopo la prima Messa nelle loro parrocchie di origine, la seconda Messa qui alla Casa della Carità: Claudio è venuto il 10 dicembre, nel triduo della festa di s. Lucia, patrona della nostra comunità, e Fred verrà a celebrare la Messa del giorno di Natale. Per noi è una grande gioia!

Vi chiediamo una preghiera per il Brasile, questo grande e bellissimo Paese in cui i poveri aumentano, come aumenta la violenza, ci sono tante ingiustizie e la natura è tante volte devastata.

Che Gesù che viene povero tra i poveri possa donare a ogni uomo e ogni donna uno sguardo di speranza e fiducia!

 

Buon Natale a tutti e Buon Anno Nuovo!

 

10 giorni in una conchiglia

Ho messo i piedi nell’Oceano. Ho contemplato la bellezza dei suoi colori, ne ho aspirato il profumo, ho sentito la sua forza di attrazione, che tentava di trascinarmi al largo, ho avvertito il fascino e la paura, mi sono lasciata bagnare il vestito, infine ho raccolto da terra una conchiglia, seminascosta nella sabbia, prima di lasciarlo. Pochi minuti per incontrare un mondo sconosciuto e misterioso… come posso raccontarvelo?

Ho messo i piedi nel Brasile. Non chiedetemi: “Allora, com’è il Brasile?” perché quanto ho visto in 10 giorni sta tutto dentro una conchiglia, e non è niente in confronto all’Oceano. Eppure devo provarci… Ma andiamo con ordine.   

UN VIAGGIO SOTTO IL SOLE

L’arrivo: venerdì 8 novembre 2019 ore 23:00 (ora locale) all’aeroporto di Salvador, capitale della Bahia. Il primo impatto con il caldo: temperatura a 25°C, umidità pesante. Penso ai 3°C mattutini di Castelnovo Monti, mi tolgo giacche, calze e scarpe, passo agli infradito e cerco di respirare piano.

Sono qui insieme ad Elisa Giardina di Corticella (BO) che condividerà con me quest’avventura, ansie e risate, viaggi e scoperte, e da subito ci ristora l’accoglienza fraterna e paterna di don Luigi Fratello della Carità (per gli amici brasiliani, pe Luis). Con lui veniamo ospitate per una notte dalle suore di Itapuã (Ancelle di Gesù Bambino), che da molti anni sono un appoggio prezioso per la nostra Famiglia in Bahia, e che non ci fanno mancare i loro abbracci, succhi di frutta freschi e un ventilatore in camera. Dio le benedica!

Il giorno dopo ci aspetta un viaBahia2ggio di 320 km dalla costa verso l’interno, 4 ore sotto un sole bruciante, durante il quale vediamo cambiare radicalmente il paesaggio: dalla vegetazione lussureggiante della Mata Atlantica alle distese aride della Caatinga, dove sparute mandrie di vacche magre si radunano intorno ai rari laghetti o all’ombra degli alberi, le fazende si rincorrono ma senza un’anima viva (quasi un simbolo inquietante di quella lotta che ha visto patire e morire tanti esseri umani in questa parte del mondo), la terra è rossa e i cespugli secchi, le palme cedono il posto ai mandacaru (i cactus, simbolo del Nordest), il cielo azzurro è solcato da cordoni di nubi bianche e dal volo degli urubu, specie di avvoltoi che si cibano di carcasse. Solo qualche piccolo villaggio, la linea elettrica apparentemente infinita e i cartelli lungo la strada (non superare i limiti di velocità, usa le cinture, non gettare rifiuti, proibito cacciare… oppure “Jesus està voltando” cioè: “Gesù sta per tornare”) ci mostrano i segni di un insediamento umano, che a me e ad Elisa, cittadine emiliane purosangue, sembra quasi impossibile.

Don Luigi ci distoglie dal nostro pregiudizio, fermandosi ad una bancarella dove una giovane donna di origine africana vende noci di cocco: viso bellissimo e fisico statuario, vestita poveramente e con le immancabili infradito, dietro a lei un bambino seminudo che ci osserva incuriosito, sembra uscita da un quadro di sr. Ana Graça. Calma e sorridente, estrae un machete di circa 40cm, lo alza in alto come una guerriera e colpisce più volte il frutto tenuto nella mano sinistra, fino a staccarne un cappuccio e aprire un foro da cui si possa bere il succo contenuto. Ce lo offre con dignità, consapevole di quanto sia prezioso il bere per chi viaggia. Salutiamo questa donna, lasciandole qualche reais e il nostro obrigada (grazie) e ricevendo in cambio da lei la bellezza di un primo incontro con questo popolo, che mescola forza e tenerezza in una mistura sorprendente.

Avvicinandoci alla meta, attraversiamo cittadine dal nome noto per essere state base operativa di tanti nostri missionari reggiani: Feira de Santana, Ipirá, Itaberaba… Le accomuna uno stile semplice e variopinto: le case sono basse e dipinte a colori-pastello o rivestite da piastrelle di ceramica. Noi che proveniamo da un mondo dalle tinte scure, restiamo a bocca aperta davanti a facciate bianche, rosa, lavanda, piazze blu, un ospedale verde-acqua, i gabinetti pubblici gialli e il cimitero azzurro, baretti e botteghe dalle insegne rosse pitturate a mano e dovunque scritte e simboli religiosi su muri ed automezzi (abbiamo visto Gesù persino sui parafanghi). Lungo la strada, piccoli chioschi in legno offrono bibite ghiacciate, pannocchie abbrustolite o frutta, le donne si riparano dal sole con ombrelli colorati, i neonati sempre in braccio, i meninos si rincorrono in bici e i giovani in moto. Cani e gatti circolano indisturbati, i somari tirano i carretti, le iguane passeggiano lente, dopo la siesta sui rami degli alberi.

Così ci appare anche Ruy Barbosa, città di 20.000 abitanti (e altri 10.000 disseminati nelle campagne circostanti), sede episcopale e parrocchiale suddivisa in 33 Comunità di Base (CEB), tra cui quella del bairro (quartiere) S. Lucia, che da 25 anni ospita la Casa da Caridade.

Anche qui ci accolgono abbracci e baci, canti e battimani dei 14 Ospiti, delle 4 Sorelle (Manuela, Alessandra, Magdeleine e Josianne), Isabela (leva) e Lediane (ex-leva), due seminaristi (presenti ogni fine-settimana) ed altri amici. Tra questi, anche tre gatti (figlio, mamma e nonna) che convivono pacificamente con il resto della famiglia. Cortile e casa sono spaziosi, ma molto più piccoli di come li avevo immaginati, un certo disordine è segno di vita e conferisce al tutto un’aria familiare.

Gli Ospiti sono bellissimi, mediamente più giovani di quelli italiani e quindi più interattivi e vivaci. Questa è la formazione in campo:

  • Le RAGAZZE: Gea, Elsa, Cedinha, Luana, Lia, Maria Inês, Maurina e Thais
  • I RAGAZZI: Francisco, Gueu, Nailton, Roger, Valter e Agdo

UNA CASA CHE ACCOGLIE E CELEBRABahia4

Le prime giornate in casa volano tra pasti squisiti, presentazioni (e vai con gli abbracci), preghiera comunitaria (in portoghese), un sottofondo musicale costante proveniente dai dintorni e un graduale adattamento al caldo, che per loro non è ancora quello torrido della stagione estiva, ma per me è già sufficiente per appesantire mente e corpo. Devo le mie prime ore di riposo in Bahia al ventilatore acceso, ai tappi nelle orecchie e ad una foto di Pietravolta innevata appesa sopra al mio letto.

Elisa ed io veniamo subito coinvolte nelle attività domestiche, prima fra tutte l’igiene quotidiana degli Ospiti, che qui prevede per tutti due docce, mattina e sera, a causa del clima. Altro cambio di prospettiva: in una casa italiana, il giorno della doccia è un evento che richiama forze in sovrappiù, richiede tempi supplementari, da alcuni Ospiti è atteso, da altri temuto, se salta è una tragedia… qui invece è così normale che non si pensa a nessun altro modo più veloce ed efficace di questo per lavarli e ristorarli. Ed è buffo vedere come la scena -per noi settimanale- di chi esce dal bagno pulito e profumato, fiero di raccogliere i complimenti altrui, a Ruy Barbosa si ripeta ogni giorno!

La cura del corpo non deve contraddire quella del creato. Così l’acqua che si raccoglie dalla barella-doccia o dallo scarico delle lavatrici viene utilizzata per i water e per il lavaggio dei pavimenti. Così nei pannoloni usati viene tagliato il pezzo rimasto asciutto e inserito come rinforzo in quello successivo. Così la frutta raccolta dagli alberi del giardino viene frullata e offerta come bevanda fresca. Così… noi del “primo mondo” ci siamo vergognate.

Domenica 10 novembre 2019 ore 9:50.

Seduti in cappella in attesa della Messa. Un signore alto, vestito semplicemente, viene a stringere la mano ad ognuno degli ospiti e anche a me ed Elisa. È il Vescovo di Ruy Barbosa, Dom André, che presiede l’Eucaristia domenicale nella cappella della casa, che è anche la chiesa del bairro. Per questo partecipano anche una cinquantina di persone del luogo, uomini e donne, vecchi, giovani e bambini, neri, bianchi e mulatti: un’assemblea rappresentativa del popolo bahiano, formatosi dalla mescolanza di diverse etnie, quella indigena (minoritaria, perché sterminata dai colonizzatori europei del XVI secolo), quella portoghese e quella africana (importata per essere schiavizzata nel lavoro delle piantagioni e delle miniere).

Agdo serve all’altare con tanto di camice, fiero di stare accanto al suo pastore, imita i suoi gesti con la calma sovrana di un Papa, ripone con cura ampolline e manutergi con la precisione tipica dei down, eleva il calice con la solennità di un diacono.

La liturgia è animata nello stile delle Comunità Ecclesiali di Base: i canti sono molto ritmati e orecchiabili, il corpo è coinvolto con gesti e battimani. I vari compiti sono distribuiti tra diversi laici, anche bambini: c’è chi suona, chi guida il canto al microfono, chi proclama le letture (con una mantella sulle spalle, per coprire scollature troppo generose), chi va a prendere e a riporre con cura il Pane Eucaristico (Zerinha, anziana ministra della Comunione, a capo coperto e piedi nudi) e infine chi comunica gli avvisi per la settimana e chiama al centro chi ha compiuto gli anni in quella passata. Così anche Cedinha, una delle bimbe della CdC, viene portata davanti all’altare e riceve dalla comunità il canto “Parabens pra voce…” con il gesto della benedizione che l’accompagna (diversamente da noi, nel loro augurio prevale un senso religioso).

Bahia5La presentazione dei doni fa alzare dal posto quasi tutti per andare in processione a portare un’offerta all’altare. La preghiera eucaristica è dialogata e tutti hanno la possibilità di seguirla su un libretto che riporta anche le Letture. Lo scambio della pace movimenta molti per un abbraccio che arriva fino ai nostri Ospiti.

La vita di casa rischia anche qui in Brasile di chiudersi in un piccolo mondo, dove le necessità infinite dei nostri Ospiti (soprattutto quelle del Piccolo Principe Francisco) tendono a risucchiare tempo ed energie, almeno finché non crescerà lo scambio di aiuti con le persone del luogo. Anche a questo mirano gli incontri di formazione e preghiera per gli ausiliari, così come un organismo nato da poco, il Consiglio di Famiglia, che si propone di condividere le responsabilità con le suore e il parroco. Ausiliari e consiglieri sono stati convocati per un incontro anche durante la nostra visita, per sintonizzarsi con il cammino di tutta Congregazione Mariana verso il Capitolo 2020 e approfittare della presenza di Elisa per ascoltare la sua esperienza nel Consiglio di Casa di Corticella. Il confronto Bologna-Ruy Barbosa comportava i suoi rischi, ma l’orgoglio bahiano ne è uscito a testa alta, riaffermando il desiderio di vedere la CdC non più solo come un frutto importato dall’Italia, né come un terreno di incontro-scontro tra culture differenti (italiana-malgascia-brasiliana), bensì come una realtà sempre più inserita nel cammino parrocchiale e nel contesto locale.

Nel frattempo, in casa continua il servizio quotidiano delle donne del Progetto “Arcoiris” che da tanti anni si alternano con fedeltà a pulire gli ambienti, riordinare la cucina dopo il pranzo e smaltire il lavoro della lavanderia. Oltre a loro, alcune donne della parrocchia vengono a cucinare, mentre una ragazza, Tita, è stata assunta dalla Prefeitura e mandata a rinforzare la squadra.

Anche uscire a far la spesa può diventare un’occasione di apertura e di annuncio. Ogni settimana, sr. Magda prende con se’ Agdo, carica una cassetta in macchina e punta al mercato. Un sabato carica anche me ed Elisa, e così ci offre un’altra magnifica panoramica sulla vita di questa gente. Quanto avrei voluto saper catturare le immagini che si sono presentate al nostro sguardo!

Innanzitutto un parcheggio pieno di motociclette, dove scopriamo i “Moto-taxi” cioè tassisti, generalmente in maglia gialla, che portano in giro le persone caricate sulla moto. Tra questi, ci avvicina il fratello di Valter (ospite della CdC) a cui Elisa racconta del suo papà che fa lo stesso mestiere a Bologna, ovviamente in Bahia6auto.

Poi ci inoltriamo in una foresta di banchi tutti pieni della stessa merce (frutta, verdura, cereali…), senza alcuna etichetta, con la bilancia a due piatti. Come si fa a sceglierne uno? Sr. Magda si muove sicura tra la folla vociante, sa già dove le faranno la ricevuta e sa come contrattare il prezzo (abilità affinata nei mercati malgasci), si fa pesare la merce, la paga e lascia le borse nella cassetta sotto il banco, d’accordo con il negoziante, per ripassare poi a ritirarla al ritorno. Non è l’unica a farlo, e ci sembra segno di grande fiducia reciproca, impensabile nelle nostre piazze. Le soste si moltiplicano e gli incontri non mancano, e naturalmente i baci e gli abbracci: parrocchiani, conoscenti, ausiliarie, amici di Agdo, piccole fans di sr. Manuela che mi scambiano per lei e mi corrono incontro a braccia aperte, e anche un giovane monaco cistercense di Jequitibà in borghese, che scopriamo originario di Ruy Barbosa. Anche qui, incrociamo volti diversamente colorati e sguardi incuriositi, forse dal nostro abito, forse dalla chioma ricciuta di Elisa, trattata eccezionalmente con crema per capelli, secondo l’uso delle fanciulle del posto.

UNA CHIESA CHE ABBRACCIA LA VITA

Difesa della vita: una delle due priorità che questa Chiesa diocesana aveva scelto per il decennio passato (insieme all’iniziazione alla vita cristiana).

Sono tanti i progetti (ecclesiali e non) che hanno generato realtà di aiuto alla vita in questo territorio. Elisa ed io ne abbiamo visitato alcuni: il Centro S. Giorgio per i giovani, la Scuola-Famiglia – Agricola (dove un allievo preparatissimo ci ha mostrato con precisione e passione colture, allevamenti e tecniche rispettosi dell’ambiente), Levantate-e-anda (comunità di recupero dalle dipendenze, che pe Carlos Marçal, ex-parroco di Ruy Barbosa, oggi rettore del Seminario, ha voluto aprire come altro luogo di esercizio della carità per i parrocchiani di Ruy Barbosa).

In un’altra parrocchia della Diocesi, Tapiramutà (a 90 km da Ruy Barbosa), dove ci ha portate sr. Alessandra, abbiamo conosciuto il parroco, pe Carlos Fontenelle, che ci ha mostrato con orgoglio un dopo-scuola parrocchiale e le diverse sedi delle CEB, alcune delle quali vengono ora ristrutturate per essere trasformate in luoghi di culto, con l’aiuto dei parrocchiani.

Proprio da lui abbiamo sentito parlare per la prima volta di PODES, un’Associazione per l’inclusione dei disabili, fondata da un sacerdote belga trapiantato a Ruy Barbosa, pe Franz, che ha dato vita a tre comunità nel territorio della Bahia.

Resto colpita dalla vitalità di questa Chiesa, che è più povera economicamente della nostra, ma certamente più ricca di fantasia e di empatia.

La Diocesi di Ruy Barbosa copre un territorio pari a quello dell’Emilia Romagna e conta 10 sacerdoti brasiliani più altrettanti missionari (tra cui il nostro don Luigi e l’attuale parroco di Ruy Barbosa, pe Antonio, spagnolo) distribuiti in 23 parrocchie. Non mancano i problemi, ma forse proprio per questo avverto uno stile combattivo e umile, di chi sa di aver bisogno di aiuto, a partire dal vescovo Dom André (che è quasi al termine del proprio mandato), il quale conferma la sua gratitudine e stima per la nostra Famiglia e per la Chiesa reggiana, e che coglie anche nella nostra visita (come nella presenza di tanti missionari) un segno del cammino comune che sta arricchendo tutti.

Elisa può conoscere da vicino un altro pezzo di questa missão, accompagnando don Luigi a Lajedinho, una parrocchia rurale, che ogni domenica lo aspetta per la celebrazione dell’Eucaristia. Lascio dunque la parola a lei.

“Teresa, la custode, è una signora molto devota che vive la custodia della chiesa come la sua missione personale e quando ti trovi davanti i colori dell’altare e degli ornamenti, un azzurro intenso e un verde brillante, ti senti davvero davanti ad una bellezza curata. Nel pomeriggio, invece, Don Luigi, una volta al mese o più, se riesce, si avventura per campi secchi ed infiniti, delimitati da cancelli che bisogna aprire e chiudere dietro di sé (con un divertente sali-e-scendi dalla macchina) per evitare il passaggio del bestiame che pascola indisturbato, una mucca lì, un’altra fra 1 km! Qui vive un piccolo nucleo di cristiani, Riacho do meio, che si ritrova per la messa (alle 15 circa… cioè alle 15.40!) in una piccola casetta-scuola con un unico ambiente dove la cattedra è l’altare e la lavagna fa da sfondo alla celebrazione. La gente è molto accogliente, gli uomini più burberi ma le signore molto materne. Al termine della messa, la signora che abita vicino a questa chiesetta improvvisata ci offre una buonissima merenda, mostrandoci la sua casa, che si apre a noi come un piccolo scrigno tra cucina a legna, galline e capre e un forno costruito da lei e dal figlio. Ti rimane dentro l’idea che non le manchi nulla!”   

UN POPOLO CHE DANZA

Un capitolo a parte merita la danza, espressione tipica del popolo brasiliano e forse di tutti i popoli della terra che non abbiano dimenticato le proprie Origini.

La domenica pomeriggio, le suore di casa improvvisano in nostro onore una festa danzante, con il supporto audio e video di YouTube. Insieme agli ospiti e alle ragazze, ci lanciamo in balli di gruppo: la “Danza del pinguino”, la “Quadriglia” e “Ziriguiridum” https://www.youtube.com/watch?v=gQHeYns0FC4 (video girato a Salvador). Risate, sudore e un senso di fraternità gioiosa sono i primi frutti. Fin qui, niente di anomalo, se pensiamo ai momenti di festa nelle nostre case.

Ma dopo qualche giorno mi sono trovata nella struttura diocesana che ospita gli eventi ecclesiali principali, il CTL (Centro per la Formazione dei responsabili di comunità), all’Assemblea Diocesana annuale, presieduta dal vescovo e guidata da pe Carlos Marçal (nella veste di coordinatore pastorale) insieme a un centinaio tra preti, suore e laici impegnati. Una nota folkloristica: molti indossano magliette con scritte e immagini religiose (pellegrinaggi, Gesù, la Madonna, S. Antonio, i Sacramenti…) e il nostro don Luigi quella del 50° di don Giuseppe Gobetti. Chissà se avranno pensato che fosse una devozione del nostro Appennino?

Il programma dell’assemblea prevedeva 2 giorni e ½ di conferenze e confronti, da cui sarebbero scaturite le linee pastorali del nuovo anno. In quel contesto, che nella mia esperienza richiamava interminabili riunioni con persone molto serie e molto noiose, mai avrei pensato che l’accoglienza dei partecipanti sarebbe stata fatta con un interminabile canto (proposto da un seminarista e da una suora rock con chitarra a tracolla), con cui i presenti venivano chiamati per categorie (i laici, i seminaristi, i preti, le suore, i ritardatari…), fatti alzare, invitati a gesticolare e sculettare a ritmo di musica e naturalmente ad abbracciare i loro vicini.

Nel corso della stessa assemblea, per alleggerire il ritmo dei lavori, ogni tanto venivano eseguiti canti conosciuti da tutti, che li facevano scattare in piedi, battere le mani e muoversi insieme.

Ma il top è stato raggiunto nella cosiddetta “Notte culturale”: una serata all’aperto, con rinfresco e concerto dal vivo di una piccola band (batteria, basso e chitarrista cantante), che ha proposto un repertorio dai ritmi tipicamente latinoamericani. Molti dei presenti, tra cui preti, seminaristi e suore (quasi tutte in borghese), si sono scatenati in balli a coppie e di gruppo, infaticabili e sudati, con una naturalezza e bravura tali da farmi pensare che fin da piccoli i loro piedi abbiano imparato a camminare e a danzare contemporaneamente. A guardarli, sembrava che si fossero accordati prima, o meglio che usassero un linguaggio comune in cui ciascuno si ritrovava e riconosceva gli altri, uomo o donna, laico o consacrato, giovane o di mezza età. Un linguaggio che li univa come popolo. Il confronto era schiacciante, ma anche io e sr. Alle abbiamo ceduto alle insistenze dei rispettivi cavalieri e ci siamo lanciate in un paio di valzer. Un’altra cultura, un altro rapporto con il proprio corpo e con quello altrui. Stupore… e -lo confesso un po’ d’ invidia.

Una danza tipica della Bahia è la Capoeira, arte marziale nata dai discendenti degli schiavi africani e proclamata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. In casa, la si può vedere abbozzata da Agdo durante il “rito” della sostituzione del boccione dell’acqua potabile. A Salvador, può capitare di incontrare artisti di strada che si esibiscono in questa specialità per farsi fotografare dai turisti. A noi è capitato il contrario: un trio di energumeni neri seminudi, attirati forse dalla pelle bianca e dalla chioma rossa di Elisa, l’hanno “catturata”, le hanno messo in mano il berimbau al posto dello smartphone (un cambio discutibile) e hanno iniziato le loro evoluzioni intorno a lei scattando foto. Appena possibile, siamo fuggite, Elisa un po’ frastornata, io piegata in due dalle risate.

 

COMPLEANNO A SALVADOR

Lunedì 18 novembre 2019 è il giorno della nostra partenza da Ruy Barbosa, ma non l’ultimo in Bahia. Essendo anche il mio 53° compleanno, non possono mancare diversi “Parabens”: al termine delle Lodi, nella Messa e infine a colazione, dove condividiamo una torta con i colori della bandiera brasiliana (festeggiata proprio in questi giorni nella memoria della proclamazione della Repubblica).

Elisa ed io ci congediamo dalla comunità con cuore grato, impegno di preghiera reciproca e una marea di abbracci, baci e qualche lacrima. Partiamo con don Luigi e sr. Manuela per un viaggio a ritroso, da Ruy Barbosa a Salvador. Ma stavolta avremo il tempo di visitare la capitale.

Salvador è un’altra faccia della Bahia. È una metropoli di 2.600.000 abitanti, che esibisce schiere di grattacieli colorati in mezzo a colline di casette colorate accatastate una sull’altra, superstrade a 5 corsie con un traffico intenso, enormi centri commerciali che si confondono con enormi chiese, appartenenti a sette evangeliche, su cui campeggiano grandi scritte religiose: “Jesus Cristo é o Senhor”. Quartieri lussuosi e strutture destinate al turismo internazionale si alternano a periferie povere e quartieri popolari, dove il traffico è congestionato e i commercianti espongono di tutto, dai vestiti (indossati da manichini appesi che paiono file di impiccati) alle bare (confezionate con rivestimenti colorati!).

Sui marciapiedi e sull’orla (il viale che costeggia l’oceano per oltre 20 km) vediamo passare uomini e donne giovani e meno giovani in tuta attillata, scarpe da ginnastica e musica nelle orecchie, impegnati nella corsa, cosa che, insieme alle palestre e alle immagini pubblicitarie in tema, mi dicono che il fitness da queste parti ha una certa importanza.

Il centro è un tripudio di musica e colori: negozi e bancarelle, ambulanti e ristoranti, esposizioni di quadri, piastrelle decorate (le famose azulejos portoghesi), vestiti tipici e stoffe africane, havajanas, strumenti musicali, esibizioni di artisti di strada, acconciatrici in costume, decoratori del corpo, passaggio di mendicanti, fotografi, turisti… è il Pelourinho, la zona in cui venivano ammassati gli schiavi africani per essere selezionati, fustigati e venduti, oggi trasformato in luogo-simbolo dell’orgoglio afro-brasileiro. Cuore religioso è la chiesa del Rosario, dedicata a Nostra Signora dos Pretos (negri), che secondo la tradizione sarebbe stata costruita dagli schiavi, dov’è possibile vedere immagini d’epoca e oggetti di culto, testimonianze di una religiosità nata dalla mescolanza tra la cultura africana e la fede cristiana importata con il colonialismo portoghese.

Camminiamo per ore, tra shopping compulsivo e fascino di una città pulsante di vita e di storia, fino a raggiungere il Farol da Barra, il faro che svetta su un promontorio affacciato sull’Oceano Atlantico, dove il sole è appena tramontato. Una pizza con vista sul mare conclude questo compleanno indimenticabile.

Il giorno dopo, l’ultimo della nostra permanenza in Brasile, conosciamo meglio la comunità dove abbiamo pernottato e che ospiterà sr. Manuela per i prossimi giorni: le Suore Francescane Immacolatine, fondate in Italia dal cappuccino p. Lodovico Acernese di Benevento. La struttura che gestiscono e in cui abitano è bella, stile marittimo bianco-azzurro, con un giardino rigoglioso e provvisto di attrezzi ginnici (evidentemente anche qui la forma fisica ha la sua rilevanza…). L’accoglienza che ci offrono è semplice e fraterna; altrettanto si può dire delle suore di Itapuã, che torniamo a visitare e a salutare prima di partire. Reti di sostegno e collaborazione tra congregazioni di diversi continenti che passano dal livello spicciolo delle relazioni personali.

A Itapuã raggiungiamo a piedi la spiaggia. Sembra una cartolina dei Caraibi: sole, cielo, palme, sabbia, scogli e le onde mosse dal vento. La bellezza della natura mi colma il cuore di alegria e di gratitudine a Dio, perché ancora una volta, nonostante le mie paure (eppure lo sapevo), mi ha ricolmata di doni.

Ecco, questa è la mia conchiglia.

Il resto sono dettagli di viaggio, tra cui un imprevisto a Lisbona, dove abbiamo dovuto salire su un aereo per Vienna, che (giuro) ci ha accolto con un valzer di Strauss, come nel concerto di Capodanno, ma lì non c’era spazio per danzare. Peccato, sarà per un’altra volta.                                                                 

Suor Antonella                                             

“Son venuto da lontana via per stare in mezzo a questa compagnia..”

Ci si può preparare alla morte o non farlo, si può soffrire per una persona cara che all’improvviso non c’è più e ci si può illudere che dopo sei anni di malattia e dall’altra parte del mondo ascoltare certe parole non faranno tanto male.

In realtà sono tutte cavolate, perchè quando arriva quella chiamata si impazzisce allo stesso modo e l’unica cosa sensata da fare è prendere un aereo, supplicando dall’altra parte del mondo di aspettarti per un ultimo saluto.

Dopo tre anni e mezzo di missione, a pochi mesi dal mio rientro, è successo; non è stato facile e probabilmente non lo è ancora, ma fa parte delle proprie scelte di vita e per quanto non mi sia mai piaciuta l’espressione qui largamente usata “Faz parte”, in realtà è proprio così.

Sono ritornata in Bahia e come sempre il tempo per fermarsi è difficile da trovare.

Il 21 di settembre tanto atteso è arrivato: il Matrimonio Comunitario. Qui a Nova Redençao non si era mai celebrato prima e le aspettative erano tante: 5 coppie, dai 30 ai 65 anni, chi già sposato in comune chi no, insieme chi da 15 chi da 28 anni, con figli e nipoti.

Coppie attive nella comunità cattolica che per svariati motivi non avevano ancora detto di si davanti a Dio; da circa un anno si incontravano mensilmente, accompagnati dal don e da una suora in maniera particolare.

Si sono preparati e hanno organizzato tutto in maniera impeccabile: la cerimonia, i canti, i vestiti tutti dello stesso colore e alla fine il momento della condivisione, la torta che è stata servita a tutti i presenti alla fine della messa.

É stato un giorno importante, non solo per queste 5 coppie, ma per tutta la comunità che condivide tutto, sia i momenti felici, sia i momenti meno felici.

Un’attività importante che sto seguendo insieme ai servizi sociali del paese è un progetto chiamato “Gruppo di inclusione”: in pratica è un gruppo che include bambini dai 4 anni a giovani di 30, alcuni con disabilità più gravi altri con meno, alcuni con difficoltà di socializzazione, altri semplicemente che hanno scoperto per caso l’esistenza del gruppo.

Quello che facciamo è riunirci per fare arte insieme, e la cosa più bella è che si chiacchiera, ci si conosce, ci si aiuta, a volte si litiga anche, senza vedere nessuna diversità nell’altro, ognuno con la sua personalità.

Uno dei più piccoli ha solo 4 anni e il più grande (con paralisi celebrale) ne ha 30; bè dal primo momento è stato amore e il piccolo aiuta il grande con le maggiori attenzioni.

 

Ieri invece ci sono state in tutto il Brasile le votazioni per decidere i nuovi Consiglieri Tutelari che a partire dal primo gennaio 2020 e per quattro anni attueranno nei diversi municipi.

Qui in paese sono stati eletti in 5, in base al numero degli abitanti; è stata una giornata lunga, dalle 8 del mattino fino alle 17 si è votato e poi c’è stato lo spoglio delle schede; a mezzanotte e mezza si sono saputi i risultati, in parte attesi e in parte no.

Il Consiglio tutelare è un organo permanente e automo; i consiglieri, scelti dai cittadini, hanno il compito di assicurare i diritti dei bambini e degli adolescenti, definiti per legge.

Non è un compito facile, ma speriamo che i nuovi eletti possano attuare al meglio, in particolare in questo momento storico in cui stiamo vivendo.

Durante la giornata di votazione ogni candidato sceglie 3 persone di fiducia per essere presenti nelle sede elettorale per fiscalizzare e denunciare eventuali problemi. Una ragazza mi ha chiesto di essere sua fiscale e posso assicurarvi che è stata una giornata lunga =D. Purtroppo lei non è stata eletta, ma per me è stato un giorno di apprendimento, un’esperienza per conoscere un pò di più le persone e alcune dinamiche di questa cultura..anche questa è missione =)

“Son venuto da lontana via per stare in mezzo a questa compagnia..”

Con amore ed allegria il tuo ricordo non andrà mai via.

Ciao Nonno

 

Vanessa

Nova Redenção

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