Tutti, tutti, tutti!
Innanzitutto, un saluto fraterno a tutti, non vorrei dimenticare nessuno, come diceva papa Francesco: “tutti, tutti, tutti…”.
È bello e importante aver coscienza che “nessuno è un isola”, nessuna persona, nessun popolo, nessuna nazione e nessun continente. In questo nostro mondo globalizzato, siamo tutti sulla stessa barca. La barca di Pietro turbata dal vento contrario e accarezzata dalla bonaccia dell’incontro con Colui che cammina sulle acque agitate dalla furia delle onde, e da tutto quello che si nasconde nel loro movimento aggressivo e ripetuto. Così la storia si ripete, dalla strage degli innocenti per la mano dell’imperialismo del Faraone d’Egitto, fino alla strage dei bambini a Betlemme per la mano di Erode, servo strisciante di un nuovo imperialismo altezzoso e superbo. Ma nessun dittatore, nessun genocida, nessun cieco si muove da solo; ha bisogno dell’appoggio di altri per non cadere, c’è una responsabilità di chi lo ha votato e, alla fine, continua a sostenerlo nonostante tutto. Per questo non vale la teoria del capro espiatorio, c’è una responsabilità collettiva che non può essere taciuta. È importante ritornare alle piazze, manifestare il disaccordo. Né il Faraone nord-americano, né l’Erode del medio-oriente faranno la storia. Il sangue innocente sparso a Gaza e in Libano, a Teheran e a Kiev sarà semente di qualcosa di nuovo che sorge all’orizzonte. L’orso della Siberia e la tigre della Grande Muraglia si risveglieranno per un nuovo equilibrio internazionale.
Dopo sei anni, camminando con i popoli dell’Amazzonia, e ventitré di missione in America Latina, lo sguardo sulla storia non può che essere di speranza. Sarebbe stato più facile e immediato uccidere il Faraone d’Egitto, o provocare un infarto all’Erode della Giudea, è la strada della forza e della violenza, della violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli. Ma Dio ha scelto una strada alternativa, quella di fidarsi del suo popolo, il popolo dei diseredati della Terra, popolo di stranieri in terra straniera perché solo appartiene al Creatore e non è proprietà privata ed esclusiva. In questa visione di Dio ci aiutano i popoli indigeni, nativi dell’Amazzonia. La demarcazione delle terre indigene, così osteggiata dai ricchi capitalisti che hanno ancora in mano il potere politico di decisione, oggi sfidati da un presidente già anziano proveniente dalla povertà di una famiglia nord-estina e migrante; il riconoscimento del diritto alla vita sulla Terra Madre, ci offre una visione alternativa e creaturale, che viene da Dio, sulla pacifica convivenza dei Popoli. Già Francesco di Assisi, di cui celebriamo l’anno giubilare, si chiedeva il perché la vita deve essere questa lotta infinita per il potere, questa contrapposizione per dominare sull’altro; e non può essere gioia di essere amati dal Creatore, come gli uccelli del cielo o i fiori del campo. Diceva Francesco: se è vero per loro, perché non può esserlo per noi, che siamo figli e figlie molto amati da Colui che è nostro Padre nei cieli? Così la libertà dei popoli dell’Amazzonia, che rivendicano il diritto alla Terra, non per possederla, ma per viverci, è ancora la promessa del Dio e Padre di Gesù, il Liberatore, che offre una Terra Promessa affinché tutti possano vivere in pace. La Terra è sempre “promessa” perché non appartiene a qualcuno in particolare, ma è di tutti, del popolo che si organizza affinché, cominciando dai più deboli, tutti abbiano vita e vita abbondante. La Terra con tutti i doni concessi dal Creatore: l’acqua dolce, le piante e gli animali, e tutte le risorse minerali e energetiche indispensabili per la vita. Non serve fare guerra per il petrolio o per comprare i ghiacciai della Patagonia Argentina, per assicurarsi il dominio sulle risorse; sono dono del Creatore per la vita di tutti i popoli. È indispensabile passare da una logica dell’interesse e del libero mercato, a una scelta di condivisione e di mercato globale finalizzato non alla ricchezza di pochi, singoli o nazioni, ma alla Vida con dignità per tutti.
Permettetemi di concludere questi auguri pasquali, questo ringraziamento perché non ci lasciate mai soli, con la Parola di questa quarta domenica di Quaresima, la domenica della gioia. Il “cieco nato”, dopo la sua guarigione operata da Gesù, non è più riconosciuto dalle autorità politico-religiose. Quasi a voler negare ad oltranza, negare l’innegabile. Dice il cieco: io non so chi sia colui che mi ha aperto gli occhi, so solo che prima ero cieco e adesso ci vedo! Il futuro e la speranza non stanno in coloro che sono ciechi nell’ostinazione dei loro errori e del loro peccato (cfr. papa Leone), ma in coloro che erano ciechi, ma, nella fede-fiducia nel Creatore e Padre, ora vedono con gli occhi del cuore e della Verità.
Grazie a tutti e continuiamo a credere nella Pace disarmata e disarmante. Buona Pasqua di Risurrezione!
Gabriele Carlotti, missionario dell’Amazzonia
