Una “Correria”

 

Di questa sorprendente vita quaggiù
e degli strani clown che la controllano.   (Lawrence Ferlinghetti)

 

Ruy Barbosa, 13 Aprile 2026
The day after…

 

Cari amici,

quindici giorni intensi come due mesi…

Il visto da ritirare a Salvador, la Settimana Santa, la Pasqua, ancora Salvador per accogliere Marinella e Isabella, la preparazione della festa di anniversario della Casa di Carità (trent’anni qui in Brasile!), la festa stessa… e poi il quotidiano, naturalmente. Tante cose, una “correria”, direbbero qui: una corsa che stanca, sì, ma che allo stesso tempo restituisce con forza il senso del nostro esserci, delle nostre scelte di vita.

In mezzo a questo ritmo serrato ho cercato, come potevo, di coinvolgere anche i miei amici di Cruzeiro. E devo dire che, proposta dopo proposta, qualcosa si sta muovendo: qualcuno è venuto con me a fare gli acquisti per le ceste basiche; i giovani hanno partecipato alla Messa di Pasqua in Parrocchia, anche se, lo ammetto, sapevano che dopo saremmo andati a casa mia a festeggiare con tiramisù e coca-cola (tipici alimenti pasquali!); quasi venti bambini sono venuti in Casa della Carità per assistere allo spettacolo dei pagliacci….

Se penso che, solo tre anni fa, quando ho iniziato a frequentare Cruzeiro, c’erano bambini che non erano mai stati nel centro di Ruy Barbosa (come se parlassimo di New York!), non posso che stupirmi del cammino fatto. Piccoli passi, forse, ma concreti. Perché queste proposte non sono solo “attività”: ci strappano dalla noia, ci aiutano a sentirci parte di qualcosa di più grande e, forse, aiutano gli altri a ricordarsi che esistiamo anche noi.

Un piccolo segno, che mi ha fatto tenerezza: la sera di Pasqua, sul piazzale della chiesa, i miei ragazzi hanno chiesto al vescovo di fare una foto con loro.

E lui, il giorno dopo, mi ha chiesto notizie di quei giovani. Passino, passino… diciamo così!

Rimane però in me anche una certa malinconia, che ogni tanto torna a farsi sentire. È legata al desiderio — che vi ho già condiviso — di riuscire a dare forma a un centro di accoglienza: un luogo che potrebbe fare davvero la differenza nell’accompagnare i più bisognosi, non solo rispondendo all’urgenza, ma aiutando anche a fare piccoli passi per cambiare la propria situazione.

Per ora questo passo non si riesce a fare. Intuisco che la resistenza di don Erivaldo nasce anche dalla paura di compromettersi troppo: di offrire una mano che poi non si può più ritirare, e che magari dall’altra parte viene anche strattonata. Così si resta su una strada più conosciuta, fatta di risposte immediate, di aiuti necessari ma spesso assistenzialistici, che però faticano a promuovere davvero la vita delle persone.

È, la sua, una posizione comprensibile, in fondo. Ma lascia anche aperta una domanda, che mi porto dentro: se non proviamo noi a fare un passo in più, chi lo farà?  

Io, intanto, cerco di custodire questo desiderio senza irrigidirlo, aspettando il momento giusto — se e quando arriverà — per tentare ancora.

Purtroppo, la settimana che inizia oggi non sarà, ahimè, molto più tranquilla. Mercoledì sera celebreremo la Messa in cappella; venerdì pomeriggio accompagnerò il seminarista nella visita agli ammalati del quartiere (una prima volta anche questa, e sono curiosa di vedere cosa nascerà); e sabato… sabato serata italiana a Utinga, per la mia amica Cristina e le sue colleghe della prefettura.

La festa era stata rimandata per la morte di una dipendente, e questo slittamento mi ha permesso di coinvolgere anche Marinella in questa piccola avventura. Cucinare per trenta persone, preparare gli spazi, pensare ai giochi… insomma, un bel cantiere aperto!

E, come si dice, “two is better than one”.

Vi porto dentro a queste giornate piene, un po’ spettinate, molto vive.

E, in mezzo a tutto, continuo a chiedere la grazia di non perdere il senso, di non lasciarmi prendere solo dalla corsa, ma di riconoscere il bene che cresce — spesso in modo silenzioso — proprio lì, dentro la fatica.

Un abbraccio grande a ciascuno, portateci nel cuore…

 

Maria