Non vedo l’ora di Ampasimanjeva

21 marzo 2018
Avrei voluto iniziare questo racconto citando uno dei numerosi modi di dire o detti malgasci, ma per ora l’unico che ho imparato, ieri a lezione, è “Olombelo tsy akoho”, che letteralmente significa “l’uomo non è una gallina (che non fa la pipì)” e si usa per chiedere una pausa – bagno quando si viaggia in taxi brousse (il mezzo pubblico più popolare da queste parti), quindi non mi sembra molto adatto per il mio primo resoconto di missione…che dite?

Sono atterrata ad Antananarivo nel cuore della notte, il 21 febbraio. Ho fatto gli ultimi gradini, un respiro profondo, ho alzato gli occhi e mi sono commossa. Era tardissimo e dopo 13 ore di aereo non ero sicura di ricordarmi neanche il mio nome, ma giuro che così tante stelle non le ho mai viste. Il cielo qui è a portata di mano, ogni volta che alzo lo sguardo, sia che ci siano nuvole cariche di pioggia, sia che ci sia la luna o un tramonto mozzafiato, resto a bocca aperta accorgendomi che potrei alzare un dito e accarezzare la volta celeste.
Un misto di emozioni che non so neanche descrivere: stanchezza, incredulità, felicità, gratitudine. Il sogno è diventato realtà.
Me ne rendo conto a sprazzi, però. Ho paura di svegliarmi un giorno di soprassalto nella mia camera a Bologna. Vivere qui, in questa casa immensa con arredi interamente di legno e pavimento di terracotta, mi sembra la cosa più naturale del mondo.

la strada di Ambositra, dove abito ora

La strada principale di Ambositra

 

Mi sento fuori posto quando cammino per strada, quello sì. Nessuno perde l’occasione di fermarsi, fissarmi, additarmi e sussurrare o in alcuni casi esclamare “vazaha” (bianco europeo). Nel caso a volte ci fosse il pericolo di dimenticarmi di che colore ho la pelle, mi basta mettere un piede fuori casa per averlo chiaro. È una sensazione che non mi piace, essere la straniera non è confortante, soprattutto ora che non so la lingua e non riesco ad integrarmi neanche volendo.

La lingua è un problema. Cioè, è un mio problema. Giulia non fa fatica, a lei basta ricopiare gli appunti per ricordarsi tutto. Io sono una capra invece: le lingue non sono mai state il mio forte, ma il malgascio è oggettivamente una lingua difficile e mi ci vuole un sacco di tempo per assimilare le nozioni.
A parte un paio di volte la carne di zebù, la nostra alimentazione non prevede né carne né pesce e ne sto risentendo. Mangiamo riso o pasta, verdura e frutta. Ho imparato a non fare storie e mangiare quello che c’è, anche cose che in Italia rifiuto a priori (riso in bianco, pomodori, parmigiano, verza cotta, cipolla etc), ma per fortuna ho anche la possibilità di mangiare un tanti succulenti frutti tropicali!
Abbiamo lezione 1 o 2 ore al giorno, quindi abbiamo un sacco di tempo libero e me lo godo tutto. Leggo libri, ascolto musica, mi riposo, cucino, vado a correre (so che nessuno ci crede, ma è la realtà: cucino e corro, non contemporaneamente certo, però è proprio vero che l’Africa cambia le persone!)

Ambositra

Abito con Giulia, don Simone e don Luca e insieme diciamo le Lodi ogni mattina alle 6.10 poi andiamo alla Casa della Carità per la Messa e concludiamo la giornata dicendo la Compieta insieme. La vita di comunità procede tranquilla e pacifica, a parte qualche divergenza riguardo l’abitazione che don Simone ha pensato per i 26 pulcini nati dalle 3 galline che ama allevare…
Questo però è un mese un po’ anomalo, di transizione. Sabato ci dirigeremo verso sud e, mentre Giulia, Diana, don Luca e don Simone proseguiranno fino a Manakara, io mi fermerò ad Ampasimanjeva, dove mi aspettano Giulia, Cristina, Giorgio, le suore della Casa della Carità e il mio progetto missionario.

 

Non vedo l’ora di vedere la mia nuova casa e conoscere i miei compagni di avventura!
Da domenica inizia il vero, inizia il bello, inizia il mio anno missionario.

Giorgia

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